Molto Ill.mo S.r mio oss.mo

Per molte occupationi, non prima ch’ora vengo ad appagare il desiderio suo, et a pagare la
promessa mia di dirle i particolari di mia vita; tra' quali molti saranno di niuna stima.  Ma
perchè sieno tutti, e necessario dirli; facciasene poi l'amico quel divisamento che parra' a lui.

L'anno 1529, a' 25 d'Aprile, nacque Fran.co Patricio in Cherso terra d'una delle antiche
Absinidi in Liburnia, nel Quarnaro, la qual terra o isola Plinio chiama Crexa, Tolomeo Crepsa:
di padre Stefano Fabricio, huom primo tra la nobiltà , (1) e di madre Maria. Ma che nobiltà  
può essere in terra piccola e povera? Vero e' che la casa pretende, per l'arma che e' un
quartiere azuro e bianco attraversato di una croce rossa, di venire di Bosina, del sangue reale.
Che questa arma portava, il testimoniano certe antiche carte di navigare, che a quel regno la
piantano così fatta; il quale fu distrutto da Pleomer secondo intorno agli anni 1460; overo
per lo cognome credono venir da Siena. (2)
Certo è che un Stefanello venne di Bosina, con quanto potè portare da quella ruina, e
comperò gran parte de'pascoli dell'isola, che sono poi state le ricchezze e il sostegno della
casa.

Mandato fanciullo alla scuola,(3)il primo giorno, con maraviglia del maestro imparò a leggere.
E fu sempre il primo nelle classi de' scolari. L'anno ‘38, il padre il mandò con un suo
fratello ch'era capitano della galera della terra, che i Signori sogliono concedere alle città  di
Dalmazia. Si trovò alla fattione della Prevesa, e di Castelnuovo, e poi nella fuga del Pacsa, e
vi fu quasi presso da Dragute. Vide la rendita di Napoli e di Malvasia, e attendato il campo
turcheso.  Del '42 vennero a Venezia a disarmare. Fra questo tempo si scordò da prima di
leggere, poi, trovato su la galea a caso un libretto detto Fior di virtù, e da se' rimparo', e poi
del continuo di propria inclinatione leggea libri di battaglia, tanto che il zio si maravigliava di
così continua e spontanea letione.

Venuti a Venezia, volle il zio che fosse mercante, e lo mandò alla scuola, come dicono,
d'abaco e quaderno. Ma il padre, intendendo quella inclination al leggere, volle che fosse
mandato ad imparar grammatica; e andò da un prete Anerea fiorentino, che correggea stampe
a' Giunti;  fece tosto profitto. Poi il richiamò a casa, e quindi con certa occasione il mando'
per istudiare in Inghilstat in Baviera, ove stette fino alla guerra di Carlo V contro a' Protestanti,
per la quale in capo a 15 mesi tornò a casa; frequentò la scuola, e di maggio, l'anno 1547, fu
mandato a studio a Padova. (4)

Ove quella prima state, trovato un Xenofonte greco e latino, senza niuna guida o aiuto, si
rimise nella lingua greca, di che havea havuti certi pochi principi in Inghilstat, e fece tanto
profitto, che a principio di novembre e di studio ardì di studiare e il testo di Aristotele e i
commentatori sopra la loica Greci. Andò ad udir il Tomtano, famoso loico, ma non gli pose
mai piacere, senza saper dire perchè, onde studiò loica da se. L'anno seguente entrò alla
filosofia di un certo Alberto, e del Genoa, e ne' anco questi gli poterono piacere, e studiò da
se. In fin di studio udì il Monti medico, e gli piacque per il metodo di trattar le cose; e così
Bassiano Lando, di cui fu scolare mentre stette in istudio. E fra tanto, sentendo un frate di S.
Franc.so sostentar conclusioni platoniche, se ne innamorò, e fatto poi seco amicizia
dimandogli che lo inviasse per la via di Platone. Gli propose come per via ottima la Teologia
del Ficino, a che si diede con grande avidità ; e tale fu il principio di quello studio che poi
sempre ha seguitato.  L'anno 1551 gli morì il padre, onde deliberò di non volere esser
medico, e vendè Galeno e gli altri libri di medicina; e per affari famigliari gli convenne dar
una volta a casa; e, accomodatigli per allora, tornò a Padova. Ma l'anno '54 convenne che
tornasse a casa, e si mettesse in lite con quel zio che l’havea guidato in galea per lo
mondo. Durò alquanti anni, e in questi entrò in briga di questione con un cavaliere suo
cugino; rimase su l'honor suo. Del '57, passato il mare in Ancona, fu a Roma, ed impetrò un
beneficio assai buono, ma in sul prenderne possesso il medesimo zio se gli oppose, onde si
rinnovò una altra lite che durò fino al '60; e per sostenirla si appoggiò al conte di Zaffo
leggendogli l'Etica di Aristotele. L'anno '61 morì il padre al conte, ed egli come primogenito
rimase successore della contea che era in Cipri in governo del Sig. Giovanni Contarini suo
fratello, il quale richiamò a Venezia, e, non piacendogli gli ordini lasciati nel governo della
contea, mandò il P. a riconoscer le cose, e i villaggi, e gli huomini, e i carichi loro e le entrate.
(5) II che il P. fece con tanta diligenza che spiacque al Conte e spiacque al fratello e ad un
cugino Giorgio Gradonico, che X anni l'havea prima governato; i quali gli sono poi stati sempre
nemici.

Su le informationi date per lettere al Conte, di potersi migliorare i luoghi e accrescere l'entrate,
il Conte il richiamò a Venezia, e propostogli il governo della contea con onorate e utili
condizioni il rimandò in Cipri. Il che fu cagion, che il Patricio non andasse a Roma, ove era
suo disegno di vivere. Tornato in Cipri, tosto si diede a bonificare un grosso villaggio presso a
Famagosta, detto Caloprida, di una bellissima campagna che pativa d'acqua soverchia, e potea
riceverne beneficio.  Fece alvei per isgravarla, e chiuse tra argini le acque invernali, serbandole
per inacquare e seminar bambagia: il che gli riusci felicemente in tanto che il Conte trovò
partito di venderlo 43 mila ducati, ove, avanti che il P. lo bonificasse, a ragion d'entrata non
valea più di 16 mila. Bonificò un altro casale detto Matoni, cavando l'acqua, che andava
perduta sotto la giaia di un torrente, facendovi sotto un muro per traverso, e migliorollo con
poca più spesa di ducati 200, di una entrata di 500 di più che valea prima.  Ma l’esser
andati gli anni del suo governo male, o per troppi secci per le biade, o per la nebbia che essi
chiaman mirto, che le aduggia, e tra le spese de' miglioramenti, poco potè mandare al Conte,
oltre a gottoni fatti per sua industria ne' due luoghi bonificati. Onde nacque occasione a' suoi
nemici di calunniarlo col Conte, onde cominciò questi a lamentarsi con lettere, e ‘l P. a
rendere ragioni di se.  Le quali vedendo che non erano accettate, chiese licenza di non voler
più servire, che gli fu data a molte repliche fatte; il casale venduto per lo sudetto prezzo; e
volendo il P. venir a Venezia a rendere conto della sua amministrazione, fu lasciato ad istanza
di Filippo Mocenico (6)allora Arcivescovo di Cipri, per segretario e per governatore di tutti i
villaggi sottoposti all'Arcivescovato, ove fece alcuni ordini per bonification loro, e in capo a un
anno col padrone si tornò a Vinegia e a Padova(7) ove si rimise ne' suoi studi, per più di 6
anni del tutto tralasciati; e in questo mentre, nategli certe male satisfationi dall'arcivescovo(8)e
offertogli partito di andare a servire per filosofo il Duca di Francavilla, vicere di Catalogna,
accetto' il partito, e licentiatosi dall'Arcivescovo andò a Barcellona. Ma trovandosi alla prima
giunta mancare nella provisione di denari promessa, e udendo lamentanze del Duca, di essersi
tirata una spesa di 500 ducati l'anno in tempo di suoi gran debiti, gli fece dire non essere
venuto per incomodarlo, e però dessegli viatico per lo ritorno, che tornerebbe ond'era venuto.
Così fu fatto; e per non riportare molte casse di libri che havea seco condotti, nel vendergli
s'accorse che vi si guadagnava assai; da che invitato, lasciò un servitore, tolto a Famagosta
dall’ ospitale infermo, con un da Reggio, che aspettasse che io lor mandassi libri da
Venezia, e così feci, facendo seco compagnia nel guadagno. II primo anno riposer bene; ma
mandato con altro tal capitale due nipoti di sorella rimasa vedova e povera, venuti in discordia
tra loro non mandavano ne questi ne quelli più i ritratti.  E fra tanto andava l'armata turchesca
in Cipri, e trovato alle Saline molti gran sacconi di gottone de' suci, ch'egli havea fatto fare da
un suo compagno a cui havea lasciati ducati 3500 da investire, tutti gli perde; che se venivano
a Venezia salvi, triplicava li dinati, e stava ben per sempre. Ma oltre a questa perdita, non
cavo' utile niuno, anzi hebbe molto danno in rihavere ducati 725 lasciati al suo andar in Spagna
ad un amico che gli trafficasse a metà  a guadagno; ma senza niun utile a pena gli rihebbe, e
andarono a pagar i libri mandati a color in Spagna, e non bastarono. E in questo stesso tempo
dimandando il Patricio al Conte di Zaffo ad osservargli la premessa di dargli ducati 200
d'entrata se migliorava i luoghi suoi, comincio' a perseguitarlo, e per liti e per altro. Onde,
astretto da necessità , convenne tornar in Spagna a rimediare a' disordini de' suoi; e bisogno'
entrar in lite co' nipoti, e con quegli altri, e ir alla corte a vendere al Re per la sua libreria di S.
Lorenzo del Scuriale 75 pezzi di libri Greci scritti a mano, tratti di Cipri, rari e non stampati:
(9) portai in Ispagna per necessità  e con speranza datagli da Diego Guzman di Silva,
Ambasciatore a Venezia per lo Re, che mi sarebbon ben pagati e usato anco mercè.  Andai
alla corte in tempo che v'arrivo' anco Don Giovanni; proposi modo al Re con util suo e senza
aggravio de' popoli di far un'armata di 300 galere. Fui ascoltato, ma non premiato.  Hebbe del
prezzo de' libri mille reali soli, e degli altri un dispacchio per Millano di Ducati 660. (10)Tornò
a Barcellona, rinnovò la lite con quel di Reggio: in capo di 13 mesi nacque sentenza che si
dovesse citar anco il suo compagno che era in Italia. Onde esausto in estremo, convenne tornar
in Italia:a trovò la peste a Milano e in Lombardia, onde si fermo' a Modona alcuni mesi; fino
che, andato il Signor Duca in visita dello stato, per lo mezzo del segretario Montecatino, che
l'havea conosciuto in Ferrara del '56, fu chiamato a questo servigio l'anno 1577, (11)ove da
quel tempo si riposa, studia e scrive.

Molte impertinenze sono qui, e molte cose ha lasciate. Vagliasi l'amico di quelle che per lui
fanno.

A V. S. III.ma bacio la mano. Di V. S. Ill.ma

Di Ferrara, alli 12 gennaio 1587.

           [FRAN.C° PATRICIO ]