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Da sinistra, si vedono anche lo storico Raoul Pupo e il politico Stelio Spadaro.
Foto del 1° incontro sull'esodo in cui si vedono, da sinistra: Fausto Biloslavo, Il presidente dell'Associazione delle Comunità Istriane Lorenzo Rovis, Marisa Brugna, Mons. Antonio Canziani e Marianna Deganutti.
2° incontro, da sinistra: Giuseppe Cuscito, David Di Paoli Paulovich, Luigi Tomaz. Carmen Palazzolo che coordina l'incontro, Paolo Valenti, Giuliana Zelco e Livio Dorigo
3° incontro, da sinistra: Riccardo Basile, Silva Bon, Fabio Forti, Franco Biloslavo che coordina l'incontro, Giorgio Rustia e Graziella Fiorentin
Una veduta della sala, che è sempre stata piena, come mostra la foto per il 4° incontro.
                                                                                                  Venerdì, 23 febbraio 2007 – 2° dei 4 incontri sull’esodo
                                                                                                   Organizzato dall’Associazione delle Comunità Istriane

                                        TRIESTE, AFFASCINANTE APPUNTAMENTO CON LA STORIA
                                                                      
Istria, una cultura secolare
                                                                                                                             
di Rosana Turcinovich Giuricin

Le sculture di Nesazio, le vestigia romane a Pola, la Basilica Eufrasiana di Parenzo, sono solo alcuni esempi della ricca storia istriana che ritorna nelle parole dei relatori alla seconda serata del ciclo dedicato all’Esodo, organizzato dall’Associazione delle Comunità Istriane di via Belpoggio di Trieste. La volontà dei tre curatori, il Presidente Lorenzo Rovis e i consiglieri Carmen Palazzolo e Franco Biloslavo, è quella di ragionare di storia, di identità culturale e di tradizioni, coinvolgendo un vasto pubblico di esuli e non, soprattutto di seconde e terze generazioni: perché si sappia, perché cresca il legame con una realtà che è spesso solo nella testimonianza verbale, diretta da genitori a figli o da nonni a nipoti. E anche questa seconda giornata, che ha visto impegnati ben sei relatori, ha registrato successo di pubblico di tutte le età, confermando la validità della scelta degli organizzatori. Protagonisti del secondo appuntamento - curato dalla Palazzolo - dedicato alle “radici storiche” ovvero all’impronta culturale latino-veneta, il periodo asburgico, l’unione all’Italia, sono stati i proff. Giuseppe Cuscito, Luigi Tomaz, David Di Paoli Paulovich, Paolo Valenti, Giuliana Zelco e Livio Dorigo.
Sapere leggere il territorio, con gli strumenti adatti, è sempre un incredibile piacere e nel racconto di Cuscito si colgono gli elementi di questa esplorazione di incredibile fascino. Ad iniziare da un elenco di autori che di queste terre hanno scritto in periodi diversi e con un diverso approccio alle tematiche. Nomi che ancor oggi sono un imprescindibile punto di riferimento per chi vuole conoscere veramente la vicenda di queste terre: solo alcuni riferimenti per tutti, de Franceschi, Bandelli, Benussi, Sticotti, Puschi, Carli, Dudan, Tamaro e così via.

                                                      
Pola, la romanità sempre alla luce del sole
“Trieste - afferma il prof. Cuscito - solo di recente ha scoperto la sua anima romana, con la demolizione della città vecchia. Cosa che non è per Pola, dove la romanità è sempre stata alla luce del sole”. Impossibile, pertanto, non cogliere questi spunti di riflessione. E non si tratta di una romanità di secondo piano ma di una pregnante originalità di ispirazione per altri mondi, per altre esperienze. A confermare il dotto excursus del prof. Cuscito, anche la testimonianza di Luigi Tomaz che nei suoi libri sull’architettura tra le due sponde, ricchi di disegni particolareggiati e di confronti con stili e siti, ribadisce la primogenitura di alcune soluzioni architettoniche che rimbalzano in altre opere di tutta l’area adriatica. Un esempio per tutti le colonne binate dell’Arco dei Sergi e dell’Arena. Non sudditanza, quindi, terre da contaminazione, ma culture forti da esportare. Non a caso, tanto per rimanere ancora nella sfera degli esempi, con Tomaz, ritroviamo le soluzioni architettoniche dettate dal Palazzo di Diocleziano di Spalato, nelle scelte di costruzione dell’Arsenale di Venezia o di diversi conventi.
La stessa originalità è ascrivibile anche ad altri settori, toccati con grande eleganza durante la giornata di studi, come per esempio nella musica, di cui ha parlato David Di Paoli Paulovich, facendo anche ascoltare alcune registrazioni di canti sacri e di altri di tradizione popolare. Si scopre, per ogni località, un universo di inventiva, di fantasia, di personalizzazione di una cultura prodotto di secoli di storia. Ecco così la particolarità del canto patriarchino, oppure la dolcezza delle serenate come le “arie da nuoto” di Rovigno, oppure la vivacità degli stornelli gallesanesi. Un microcosmo insomma che non teme confronto, che sa rendersi in ogni situazione padrone delle proprie scelte. Il che la dice lunga sull’indole delle genti istriane, tradizionalisti e conservatori, ma aperti alle contaminazioni che riescono ad innestare su modelli preesistenti e a farle proprie, fantasiosi e duri nello stesso tempo.

                                                               
Interazione tra campagna e mare
Segno questo dell’interazione tra campagna e mare, tra il radicamento con il territorio e la brama di andare con il vento in poppa. Per Paolo Valente il grande messaggio con la marineria va colto nella capacità di queste genti di sperimentare e di spingersi oltre, suggerendo quelle innovazioni indotte dalle caratteristiche del territorio. Medesima cosa per il mondo contadino che esprime nella capacità di perpetuare riti e tradizioni la sua grande forza – come sottolineato da Livio Dorigo - . Mare e campagna finiscono per saldarsi in mondi come possono essere quelli delle isole che trasudano buon senso nel coniugare ciò che si vorrebbe e ciò che è. Ne scaturiscono scelte di grande valore che rimangono nel tempo. Molte interrotte purtroppo dall’esodo: una perdita insanabile fatta di rapporto attivo col territorio di cui si è persa memoria nel quotidiano. Ma sta proprio nella volontà di recupero il grande ruolo di realtà quali il Circolo Istria - che Dorigo rappresenta – impegnato a recuperare, salvaguardare ma soprattutto sviluppare queste particolarità nel continuo contatto con esperti del settore e operatori in loco, vale a dire nel dialogo con gli Italiani residenti che continuano, laddove possibile, a mantenere vive le tradizioni di questa terra.
La testimonianza di Giuliana Zelco è molto particolare in questo panorama, ma non si discosta in effetti dalle precedenti. Giuliana, bella signora nativa di Visionano d’Istria, ha voluto compiere un itinerario attraverso le iscrizioni tombali italiane dei cimiteri dell’istria. Un’esperienza che ha accompagnato, naturalmente, con le sue impressioni e commenti sempre equilibrati e porti con l’eleganza che la contraddistingue, ma anche con un pizzico di quell’ironia e, forse visto l’argomento sarebbe osare troppo chiamarla allegria, che le è familiare.
Si è chiusa così tra mare e campagna e il saluto ai defunti, questa seconda carrellata di relazioni che, a fine ciclo, a primavera inoltrata, saranno poi raccolte in volume dagli organizzatori per farne materiale da consultazione, studio, esplorazione…

                                     
L’articolo è trascritto, col consenso dell’Autrice, da “Interventi” di www.arcipelagoadriatico.com

                                                                               
                    Trieste, venerdì 09.03.2007 -  3° incontro
                                                                       su l’Esilio degli Italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia
                                                                                     organizzato dall’Associazione delle Comunità Istriane



                                                                    
…I  TRAGICI  EVENTI:
                                                    le occupazioni, le rappresaglie, i crimini, l’abbandono

                                                                                                                                  
di Carmen Palazzolo Debianchi

     Come nei due incontri precedenti, anche quello del 9 marzo, coordinato da Franco Biloslavo, Segretario di Piemonte d’Istria, vede l’argomento trattato da diversi punti di vista e particolarmente da quello storico e dei testimoni.

    
Tutto è cominciato con la seconda guerra mondiale
     Proprio così! L’esodo non è che una maglia della catena di tragici eventi che, pur affondando le loro radici lontano nel tempo, ha avuto la sua causa scatenante nella seconda guerra mondiale. Il pomeriggio di studio ha dunque preso avvio da questo tema, che è stato trattato da Riccardo Basile, Generale di Brigata che, dopo il pensionamento, ha messo a disposizione degli altri interessati l’esperienza acquisita in servizio e la competenza del suo dottorato in Scienze Strategiche. Prima di affrontare l’ultimo conflitto mondiale, egli fa un breve excursus nella storia della Venezia Giulia, territorio che appartiene all’Italia per cultura e civiltà com’è dimostrato dal fatto che costituiva la romana “X Regio Venetia et Histria”, dall’affermazione di Dante Alighieri che “è il Quarnaro a delimitare a est il territorio nazionale” e avanti fino alla Prima Guerra Mondiale, per l’Italia la IV Guerra per l’Indipendenza, che consentì l’unione alla madrepatria del Trentino, di Gorizia, di Trieste, dell’Istria, della Dalmazia e delle isole del Quarnero.
     Seguì un periodo di pace durante il quale il governo italiano attuò una politica, purtroppo non proprio illuminata, di italianizzazione del territorio, tendente all’assimilazione forzata degli “alloglotti”, cioè delle minoranze slave in esso residenti. Politica che a volte si espresse con metodi duri che suscitarono risentimenti, rancori, odi nelle persone colpite, che a loro volta sfociarono in azioni terroristiche. Il tutto creava in alcune zone e in certi periodi di tempo situazioni di tensione che tuttavia  forze dell’ordine e magistratura tennero sotto controllo.
     Questa politica fece dimenticare e stese un velo di silenzio, che persiste tuttora, sulle numerose opere pubbliche compiute dal Regime Fascista, che migliorarono le condizioni di vita della poverissima popolazione istriana. Furono infatti costruite 450 chilometri di strade, 200 chilometri di rete ferroviaria, 363 edifici pubblici, un acquedotto, 5 dighe marittime ed altre portuali, 6 centrali elettriche e 1.800 chilometri di elettrodotti, 996 opere di bonifica ed altro ancora.
     E poi scoppiò la II Guerra Mondiale. Col senno di poi possiamo dire che la partecipazione dell’Italia a questo conflitto fu un grave errore. A difesa di Mussolini, possiamo aggiungere che egli cercò di starne fuori dichiarando la “non belligeranza”, benché il Patto d’Acciaio stipulato con la Germania lo impegnasse a prendervi parte. Ma l’anno dopo, convinto che la guerra stesse ormai per finire con la vittoria della Germania, entrò in guerra al suo fianco per poter partecipare alla spartizione del “bottino” sedendo al tavolo dei vincitori.
     Sappiamo che non andò così!
     Nell’ambito della II Guerra mondiale va menzionata, per l’importanza che riveste nella storia della Venezia Giulia, l’invasione da parte delle Forze Armate dell’Asse, della Jugoslavia nell’aprile 1941. In pochi giorni l’esercito jugoslavo, sconfitto, si disperde e si ritirò nelle zone più impervie del Paese da dove continuò a combattere articolato in bande nazionali: Sorgono così i Comunisti di Tito, i Cetnici serbi e montenegrini, i Domobranci croati, i Belagardisti e Plavagardisti sloveni che danno vita a una lotta violenta e sanguinosa fra loro e contro gli italiani. L’Esercito Italiano mantenne tuttavia un certo controllo della situazione fino all’armistizio dell’8 settembre 1943 quando i nostri Alti Comandi si dissolsero, l’Italia fu divisa in due parti, i soldati cercarono di raggiungere le proprie case per la via più breve o si schierarono con l’una o con l’altra fazione.
     Fu un periodo di grande disordine e di scelte difficili, che furono in seguito tutte criticate e condannate dalla fazione opposta. Ora, finalmente, anche grazie a scrittori come Gianpaolo Pansa, si fa strada il principio che qualunque fu la scelta operata, essa merita rispetto se fu fatta consapevolmente e lealmente perseguita.

    
Il bene e il male del Partito Nazionale Fascista fra le due guerre
     Silva Bon, studiosa di storia contemporanea, e in particolare dell’antisemitismo, spiega come il movimento fascista giuliano si sia facilmente innestato nell’acuta fase di crisi economica e di disorientamento politico e sociale seguiti alla fine della prima guerra mondiale, presentandosi come una forza capace di convogliare ed incanalare energie nuove ed uomini nuovi. Ecco dunque che il primo “Fascio de’ combattenti” viene segnalato già nel 1919 nel centro minerario di Albona. Ma è dopo la marcia su Roma che il fascismo, diventato un partito di governo con la denominazione di Partito Nazionale Fascista (PNF), registra un’ascesa significativa in Istria fino a raggiungere, nella seconda metà degli anni venti, i 6/7.000 tesserati e riguardare, nel 1937, 1/3 della popolazione istriana, per la precisione ben 114.214 persone, come risulta dai dati forniti dalla Prefettura di Pola. Le adesioni riguardano soprattutto i centri più grandi e costieri e sono implementate da organizzazioni collaterali rivolte ai giovani (Opera Nazionale Balilla, Gruppi Universitari Fascisti, Fasci Giovanili di Combattimento), alle donne (Partito Nazionale Fascista Femminile, Massaie Rurali) o di carattere assistenziale (Ente Opera di Assistenza, Opera Nazionale Maternità e Infanzia - ONMI) che ebbero grande presa in quella società povera e finirono con l’interessare praticamente tutti i lavoratori permeando ogni settore dell’esistenza.
     Al di là dei dati ufficiali, è difficile dire quale fu l’adesione reale e volontaria degli istriani al fascismo e allo stato totalitario, perché ci furono indubbiamente iscrizioni indotte con la forza e strumentali, sarebbe pertanto utile una raccolta di testimonianze orali (finché è ancora viva qualche persona che ha vissuto quei tempi!).
     Non si può tuttavia negare che le suddette iniziative furono lodevolissime, anche se la loro applicazione si scontrava spesso, nella pratica, con la mancanza di fondi. Tuttavia qualcuno dei suddetti enti, e in particolare l’ONMI,  svolse un’attività sociale ed igienico-sanitaria altamente meritoria creando ambulatori per la sorveglianza e la cura delle gestanti, consultori ostetrico-ginecologici e pediatrici, refettori materni, asili-nido e riconoscendo il ruolo delle levatrici e delle donne medico.
     Da tutte codeste iniziative associative ed assistenziali erano però quasi del tutto tagliati fuori i centri rurali e dell’interno dell’Istria, abitati prevalentemente da sloveni e croati, gli “alloglotti”, come venivano denominati ufficialmente all’epoca. Qui serpeggiava il malcontento per la deprivazione delle associazioni tradizionali e delle scuole in uno sforzo di assimilazione all’italianità, che indusse famiglie intere a trasferirsi a Lubiana, a Zagabria e addirittura a Belgrado o, più di frequente, a mandarci a scuola i ragazzi.
     L’equilibrio - reale o imposto che fosse - si ruppe alla fine della guerra, quando cambiò il quadro politico e le scelte divennero libere e più consapevoli, come riferisce Fabio Forti, ex Volontario della Libertà ed attuale presidente dell’Associazione Volontari della Libertà di Trieste. Egli può essere dunque considerato un testimone dei fatti accaduti durante la Resistenza.

   
La Resistenza nella Venezia Giulia non era quella del resto d’Italia
     Il fine della Resistenza era la lotta per la liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Essa operò dunque dall’armistizio dell’8 settembre 1943 al 9 maggio 1945, che segnò la fine in Europa del secondo conflitto mondiale. Durante questo periodo di tempo l’Italia fu divisa in due parti, delle quali quella settentrionale era occupata dalla Germania. Pur nell’unità degli intenti, la Resistenza ebbe, fine dall’inizio, due anime: una comunista e una cattolica, repubblicana, socialdemocratica e liberale. Quella comunista operava agli ordini del Partito Comunista Italiano e andò a costituire le Brigate Garibaldi - comunemente denominate Partigiani - che portavano al collo come segno distintivo un fazzoletto rosso. Oltre che combattere contro gli occupatori tedeschi, essi volevano instaurare in Italia la “democrazia proletaria”. L’altra fazione, che riuniva gli appartenenti alla nuova democrazia italiana, costituì le Brigate Autonome, che assunsero il nome di Patrioti e portavano annodato al collo come segno distintivo e di riconoscimento un fazzoletto azzurro o verde. Essi combattevano semplicemente per liberare il paese dagli stranieri con l’intento di lasciar decidere agli Italiani, dopo la guerra, attraverso libere elezioni, il tipo di governo.
     Fatta questa premessa, si può passare alla descrizione della situazione dopo l’armistizio in Istria, a Fiume, a Trieste e a Gorizia, cioè sul confine orientale d’Italia, che fu molto diversa da quella esistente nel resto della penisola.
     Nel momento dell’armistizio, in Istria, per difendere l’importante Frontiera Orientale, c’era un intero Corpo d’Armata, composto da 3 divisioni di fanteria, 7 reggimenti di artiglieria, tre battaglioni di carri armati, 3 reggimenti di guardie di finanza, 3 reggimenti costieri, diversi reparti del genio e di guardie costiere ed altre truppe suppletive per un totale di 70.000 uomini al comando del generale Alberto Ferrero. Purtroppo, anziché difendere la frontiera, l’esercito italiano si disgregò e quello che ne rimase tentò di mettersi in salvo oltre l’Isonzo lasciando libero il campo ai partigiani di Tito e alle truppe tedesche, che tentarono di prender possesso, contemporaneamente, fin dal settembre ’43, delle terre considerate mentre gli italiani residenti sul posto dovevano essere assoggettati o… eliminati. Entrambe le parti arruolarono uomini nei loro reparti, volontariamente o in modo coatto. Prevalsero temporaneamente le truppe germaniche, che occuparono il territorio fino alla caduta del Terzo Reich, nel maggio 1945, poi la penisola istriana e le province di Fiume e Pola andarono definitivamente alla Jugoslavia e quelle di Trieste e Gorizia all’Italia. Il tutto avvenne nella più totale incomprensione del Comitato di Liberazione Alta Italia, che aveva sede a Milano, che non comprendeva che in Venezia Giulia la resistenza aveva due obiettivi, lotta contro il nazifascismo e contenimento delle mire jugoslave sulle nostre terre. Inoltre, dal momento che il movimento di resistenza partigiano agli ordini del Partito Comunista Italiano, era favorevole all’annessione alla Jugoslavia della Venezia Giulia, la Resistenza dei “Patrioti” in queste terre dovette agire praticamente da sola, senza aiuti, anzi boicottata da tutti.
     La manifestazione più atroce del dissenso esistente all’interno della Resistenza italiana nell’Italia settentrionale è la tragedia della Malga Porzius, dove una Brigata Garibaldi sterminò senza pietà il presidio di “Patrioti” che si erano rifiutati di passare agli ordini del IX Corpus della IV Armata jugoslava.
     Così, afferma Fortis, alla conferenza della pace prevalse l’idea che l’Italia, che aveva perso la guerra, andasse punita malgrado l’importante contributo che i figli della Venezia Giulia seppero dare alla Patria in quei terribili anni.
Italiani contro Italiani! Comunisti contro tutti gli altri, e viceversa, a scagliarsi l’un l’altro la colpa dell’accaduto, in un duello che non è ancora finito.

    
Il fascismo non è la causa di tutti i mali del dopoguerra -
    Le scelte sul confine orientale furono sempre fatte per l’appartenenza nazionale
Il quarto intervento del pomeriggio è stato quello di Fabio Rustia - storico, scrittore e giornalista - che si oppone attivamente al fronte negazionista delle foibe e dell’esodo tendente a sminuire l’entità numerica delle vittime e a presentarle come criminali. Il dott. Rustia rileva che, sentendo certi discorsi, sembrerebbe che croati, sloveni e italiani vivessero assieme in pace e armonia fino all’arrivo dei fascisti, che fecero ogni tipo di angherie agli slavi per cui sembra quasi giusto che essi siano stati puniti quando i titini presero il potere.
In realtà - come si può leggere negli scritti dello storico Diego de Castro e di altri - le mire croate sulla Venezia Giulia e la Bassa Friulana - territori abitati con assoluta prevalenza da italiani - risalgono addirittura alla metà dell’800. Nei primi anni del 900 poi anche gli slavi cominciarono ad avanzare delle mire sul territorio di Trieste. Il linguaggio usato per le rivendicazioni era spesso aggressivo, per cui il genocidio degli italiani di Trieste e dell’Istria sembrava scritto. Ci sono stati i prodromi. Il fascismo allora non esisteva ancora ed è quindi ora di finirla di dargli tutte le colpe. E quello di Trieste fu un fascismo di frontiera, che si costituì come risposta al problema dell’appartenenza della città all’Italia o alla Jugoslavia, la stessa appartenenza nazionale per la quale si combatté dal ’43 al ’45 quando, chi prese le armi a Trieste e in Istria nella difesa territoriale non le prese per l’annessione al Terzo Reich ma per una Trieste e un’Istria italiane, mentre quelli che volevano l’annessione di queste terre alla Jugoslavia andarono coi partigiani titini. Ognuno ha fatto le sue scelte e, come sempre in questi territori di confine, anche a quell’epoca le scelte sono state una questione di appartenenza nazionale. Dunque, il fascismo ha le sue colpe - ed ha anche pagato per esse - ma non deve essere più usato per criminalizzare gli italiani.

    
Un perseguito dal regime titino descrive la sua esperienza e ne chiede il riconoscimento
     Segue l’esposizione di due esperienze vissute, quella direttamente sperimentata da Domenico Boni di Neresine, comune dell’isola di Lussino, e quelle degli abitanti del comune di Canfanaro d’Istria, raccolte e descritte da Graziella Fiorentin.
     Domenico Boni, che risiede a Moliano Veneto, non potendo partecipare all’incontro a causa di un’improvvisa indisposizione, ha spedito una breve descrizione della sua esperienza, che viene letta dal coordinatore, Franco Biloslavo.
     Boni fu arrestato assieme a otto compaesani il 28 marzo 1949, giorno del suo ventitreesimo compleanno. Tutti e nove furono subito portati sotto scorta armata a Lussino, dove vennero interrogati più volte, soprattutto di notte, per conoscere i nomi delle persone contrarie al sistema comunista; cosa dicevano; chi intendeva fuggire dalla Jugoslavia…
     Fin dalla prima notte di carcere, si ripromise di non tradire nessuno. E mantenne la promessa.
     Ma non tutti reggevano agli interrogatori e alle percosse che di solito li accompagnavano.
     Dopo un mese e mezzo tre dei nove giovani arrestati furono liberati mentre gli altri sei furono sottoposti a processo. Due giorni prima del processo Domenico fu interrogato per l’ultima volta e gli fu proposta la scarcerazione immediata se avesse consentito di fare il delatore. Non accettò; fu dichiarato nemico del popolo e condannato a quindici mesi di lavori forzati con perdita dei diritti civili. Altri furono condannati anche a cinque anni di detenzione.
     Furono trasferiti all’interno della Jugoslavia assieme a migliaia di Serbi, Croati, Dalmati. Il lavoro era durissimo, frequenti i trasferimenti chiusi in vagoni merci senza spiegazioni, scarso il cibo. Anche il riposo notturno era difficile, ammassati fianco contro fianco su tavolacci, a volte anche inclinati, per cui dormendo si scivolava in giù finché i piedi non penzolando nel vuoto e prendevano a dolere al punto da svegliare il povero prigioniero. Il lavoro consisteva generalmente in scavi, caricamento di materiale su vagoncini e loro trasporto da qualche parte spesso affrontando ripide salite e discese, costantemente pressati da carcerieri aguzzini, al freddo intenso e mal coperti d’inverno, al caldo torrido destate.
     Qualcuno cadeva per lo sfinimento.
     Finalmente, scontata la pena, poté ritornare al paese. Ma non era ancora finita, perché dovette fare il servizio militare e, siccome era un pregiudicato, fu inviato in un campo disciplinare dell’esercito, ancora a caricare e scaricare materiale per due anni, senza nemmeno il diritto alla libera uscita. Per fortuna dopo sette mesi fu spedito a Lussinpiccolo, a lavorare nel cantiere, dove trovò un comandante umano.
     Ma, quello che amareggia maggiormente il Boni è il fatto che, giunto finalmente in Italia, venne accolto con indifferenza e non ricevette nessun aiuto nemmeno da persone che potevano farlo e da cui se l’aspettava. E non basta, perché l’Italia continua a dimostrarsi matrigna verso questi figli che hanno tanto patito per lei negando loro il giusto riconoscimento di perseguitati politici dal regime titino e la copertura contributiva per gli anni di lavoro effettuati in carcere, cosa che la Croazia ha concesso ai suoi cittadini.

Dalle vicende di Canfanaro, perché non accada più, il rispetto per gli altri e per le loro idee

     L’ultimo intervento è quello di Graziella Fiorentin, che descrive le vicende di Canfanaro d’Istria, suo paese natale, già esposte e pubblicate in un volume. Ciò che la indusse a scrivere fu la guerra fratricida scatenatasi negli anni 90, alla disgregazione della Jugoslavia, fra le diverse etnie che la componevano. Orrori che le richiamarono alla memoria altri, che le sembrò dunque doveroso far conoscere, soprattutto ai giovani, per dare un contributo al percorso di maturazione che deve avere per obiettivi - perché quegli orrori non si ripetano - il rispetto per la vita umana e quindi per le idee degli altri, anche quando sono diverse dalle nostre.
      Canfanaro contava nel 1919 circa 4.000 abitanti, fra i quali c’era una notevole percentuale di slavi, generalmente contadini. Le due etnie convivevano pacificamente. Ma, verso la fine della guerra, nella zona - a Canfanaro e nella vicina Pisino, sede del tristemente famoso Motika – ci fu una grossa concentrazione di partigiani titini che, dopo 8 settembre, si scatenarono contro gli italiani, secondo le direttive di allontanarne il maggior numero possibile, e in particolare quelli di una certa rilevanza sociale. Poiché a Canfanaro le persone socialmente rilevanti erano poche, nelle liste di proscrizione del Comitato Popolare di Liberazione entrarono commercianti, proprietari terrieri ma anche modesti impiegati, guardie forestali e le loro famiglie. Ogni giorno spariva qualcuno perché era più semplice uccidere e far sparire i corpi nelle foibe che fare prigionieri. Il paese era completamente in balia dei partigiani titini; i tedeschi, che in quel momento rappresentavano la salvezza, erano sulla vicina costa ma non stazionavano al paese, dove facevano solo qualche breve escursione. La gente viveva nel terrore dei colpi alla porta col fucile, che preludevano l’arresto senza ritorno. Innumerevoli gli orrori compiuti, descritti da Graziella Fiorentin nel suo libro. Anche i suoi genitori erano nella lista nera e la famiglia riuscì a salvarsi e a fuggire in Italia solo grazie all’aiuto dei tedeschi.
prof. Rumici
Il prof. Fulvio Salimbeni (il 1° a destra) mentre esprime le sue considerazioni finali sui 4 incontri; alla sua destra P. Sabatti, A. Pocecco, L. Rovis, P. Parentin