UN RACCONTO… UNA VITA

                          
  Dalla provincia di Biella, Giovanna  Chersi manda a tutti i chersini sparsi per il mondo
                 un abbraccio, assieme alla storia della sua famiglia e a quella della sua lunga vita, che la  figlia     Maria Giustina, con cui  vive, ha messo per iscritto.


             
La memoria: ricordare, raccontare…
                il dolore più del tempo vola, deforma, cancella o fissa nitidamente
fatti, persone, oggetti…
               e il dolore del ricordo produce uno strano miscuglio!


  
La storia della mia famiglia: da Venezia a Cherso all’America
   Con le vicende della mia famiglia si potrebbe scrivere un romanzo con tanto di sfondo storico e qualche risvolto giallo.
   Si potrebbe partire dalla prima metà dell’Ottocento quando il nonno di mia madre, Maria Valentin, già in difficoltà economiche, lascia Venezia e si trasferisce con la famiglia a Cherso. Trasporta merci attraverso l’Adriatico con un veliero sgangherato che un giorno naufraga con tutto il carico.
   Contati i morti e i debiti, restano i contrasti fra le vedove e l’unico fratello sopravvissuto (mio nonno). Un negozio conteso, un laboratorio che confeziona scarpe (da qui il soprannome Polacco?), un’osteria-trattoria: i tentativi sono tanti e vari, i fallimenti pure… le bocche dasfamare aumentano rapidamente e nuove disgrazie si aggiungono perché mia nonna muore giovane lasciando sei figli in tenera età; mia madre non ha ancora compiuto i 12 anni quando deve cominciare ad accudire ai fratelli più piccoli.
   Ma la mia mamma era una donna decisa e, nel 1906, a 33 anni, morto il padre e sistemati tutti i fratelli, non ha dubbi: chiude casa e lascia tutto per accompagnare negli Stati Uniti la sorella Giuseppina, perché possa ricongiungersi al marito con la figlioletta che, crescendo, sta dimenticando suo padre. Ha la fortuna di viaggiare in prima classe perché il cognato organizza il loro viaggio nel modo migliore. Sa che arriverà in un mondo nuovo, dove si parla una lingua sconosciuta, ma sa che troverà una casa dignitosa e che vivrà con una parte della sua famiglia. Comunque è una donna forte e che non teme l’ignoto poiché ha una grande fiducia nella Provvidenza.
   Durante il viaggio, però, non può non vedere quelli che sono pigiati nella stiva e che dormono sdraiati per terra con la testa appoggiata sui propri fagotti. Sono in prevalenza giovani uomini, ma non mancano donne e bambini. Nei loro sguardi, nelle loro lacrime silenziose c’è il tormento per quello che lasciano e la speranza per quello che cercano.
   Mia madre non lo sa ancora, ma tra quella gente c’è il suo futuro marito, Nicolò Chersi.
   Un’altra famiglia, un’altra storia: un pezzo di terra così piccolo e così magro che non basta per tutti; al figlio maggiore non resta che cercare il pane altrove. Nati nella stessa terra, partono dallo stesso porto, viaggiano con la stessa nave e hanno la stessa meta, ma non si conoscono. Le loro storie s’incrociano solo dopo alcuni mesi, al di là dell’Oceano, perché il cognato di mia madre lavora in una fonderia e le due sorelle, per arrotondare, prendono a pensione alcuni suoi compagni di lavoro. Lui è tra questi.

   Mamma e papà si  sposano…
   Il matrimonio, la mia nascita e poi quella di mia sorella non cambiano molto la vita americana di mia madre. Continua a gestire la pensione come se fosse una grande famiglia per far pesare meno a tutti quanti la lontananza da casa. E’ lei che legge agli uomini le lettere che vengono dall’Istria e dalla Dalmazia ed è lei che scrive le risposte sotto dettatura; è lei che ogni sera guida la recita del Rosario e legge ad alta voce libri e racconti; è sempre lei che mantiene vive le feste tradizionali…
   E l’America non le piace!
   Non vuole che le sue figlie crescano in una società che le appare povera di valori e un po’ avventuriera e, soprattutto, non le piacciono il panorama e il clima. Le mancano il sole, il mare, gli ulivi, i fichi, il profumo della salvia tra le masiere… e la bora…

   Il ritorno a Cherso
   Nel 1913, con la stessa determinazione con cui aveva deciso di partire, mia madre decide di tornare.
   Rifà le valigie, imballa il servizio buono di piatti e bicchieri e la biancheria del matrimonio, ma deve lasciare la sedia a dondolo che rimpiangerà per sempre… Lascia il marito, ma sono d’accordo: entro due anni tornerà anche lui; si prende le figlie e, senza rimpianti, ripercorre la strada in senso contrario.
   Il piroscafo “Saxonia” scivola sulle acque dell’Oceano che si mantiene calmo per tutta la traversata. Dopo la tappa a Napoli, dove mia madre acquista due collanine di corallo, una per me e una per mia sorella, si arriva a Trieste dove ci aspetta la zia Antonia.
   E’ la sorella più giovane della mamma. Quand’era appena adolescente è stata quasi adottata dalla nobildonna Maria de Zadro e ormai vive con lei, ufficialmente con le mansioni di governante e dama di compagnia, in realtà come una figlia. Trascorrono il tempo tra Cherso e Trieste con qualche breve soggiorno a Vienna, dove la Signorina, per tutti “Santula Marieta”, può frequentare per diritto di casato la corte asburgica.
   Santula Marieta, però, non ama le frivolezze e preferisce vivere a Cherso. E’ lì che trascorre la maggior parte dell’anno, in un raffinato appartamento proprio di fronte alla chiesetta di San Gaetano.
   Sul retro, dalla parte del giardino, attraverso una terrazza, si può raggiungere la casa di mia madre, quella che ha lasciato partendo per l’America. E’ lì che andiamo ad abitare.
   Ho appena cinque anni e mia sorella tre e siamo oggetto di molta curiosità: abbiamo dei vestitini e delle scarpette diversi da quelli degli altri bambini e quando usciamo ci guardano tutti e ci riconoscono come “le Americane”.
   Crescendo, manterremo questa nota “esotica” perché la zia continuerà a mandarci dall’America gli abiti smessi dalle sue figlie e soprattutto le calze di seta: non lo so con certezza ma penso che siamo state le prime ad usarle in tutta Cherso.

   La cucina di “Santula Marieta”
   Santula Marieta mi affascina e il suo appartamento mi incuriosisce.
   E’ una donna non alta e non bella, ma molto elegante e di modi molto raffinati e gentili. Non ha mai voluto sposarsi ritenendo che la sua dote potesse essere più attraente di lei…
   Mi offre sempre i dolcetti e mi accoglie volentieri nel suo ovattato salottino. Tra tutte le nipoti della zia Antonia sono la sua preferita perché dice che sono silenziosa ed educata, perciò spesso attraverso la terrazza sul giardino e raggiungo la grande cucina dove la zia Antonia regna con incontrastata maestria.
   C’è un grande “foguler”inserito in un arco incavato nel muro e c’è il lavello di pietra con lo scolapiatti di legno e i secchi che la zia riempie nella cisterna. Al centro si trova un grande tavolo e, appoggiata ad una delle pareti, troneggia un’elegante credenza con la piattaia. Ai lati del focolare, su alcune mensole, sono disposte numerose pentole di rame lucidate a specchio, di tutte le forme e dimensioni. E’ un mondo magico di profumi, colori e sapori. Frequentando questa cucina scoprirò poco per volta i segreti dell’arte culinaria e, divenuta ragazzina, aiuterò spesso la zia a preparare sontuose torte impastate anche con dodici uova e mezzo chilogrammo di burro… e poi i pasticcini con tutti i tipi di crema… gli strudel… i prestiz…  le fave e i buzzolini… e poi, quando è la stagione, la frutta sciroppata, candita e sotto “spirito”, il “vin santo”… e ancora l’agnello arrosto… i fagiani e la lepre in salmì… e il pesce, le aragoste, gli scampi e i calamari…
   Il bello è che, per cuocere le torte e i dolci, dobbiamo andare al forno pubblico. Anche il pane lo prepariamo a casa e poi andiamo a cuocerlo nel forno comune. Devono passare molti anni prima che arrivino nelle case di Cherso le stufe a legna con il forno.
   Intanto mi piace aiutare la mamma quando fa tostare l’orzo rigirando quella palla di ferro dai lunghi manici sopra la fiamma viva del camino e mi piace andare in cantina a macinare il grano nella piccola macina di pietra.
   Il torchio per spremere le olive, invece, è nella cantina dei Tomaz: ci vogliono diversi uomini per farlo girare… poi l’olio esce luccicante e profumato che ti stordisce… lo teniamo in cantina in un capace recipiente di pietra e da lì si prende un po’ per volta, in una piccola brocca, per l’uso quotidiano. Quello che rimane in fondo, denso e appiccicoso, viene raccolto,  sapientemente mescolato con altri ingredienti, fatto cuocere e diventa sapone.
                                                                                                                                          
Giovanna Chersi