Quando apparve l’antologia del “Latinisti croati� ci stupimmo della presenza in essa di poeti come
Bona, Pasquali ed altri che alla Croazia non appartenevano nemmeno territorialmente, essendo nati a Cattaro o
nelle sue Bocche, dunque nell’odierno Montenegro. Ma la nostra meraviglia si trasforma in stupore e
incredulità  di fronte a un’altra antologia apparsa nel settembre 1993 col titolo “Stara književnost Bokeâ
€� (L’antica letteratura delle Bocche di Cattaro) nella quale i curatori – i saggisti croati Slobodan
Prosperov Novak, Ivo Banac e Don Branko Sbutega – dichiarano espressamente che lo scopo del loro lavoro
è quello di restituire alla letteratura croata gli scrittori delle Bocche di Cattaro, e cioè di una fetta del
Montenegro, perché quegli scrittori, essendo cattolici, non possono essere considerati serbo-montenegrini, ma
croati! Ammesso e non concesso che ogni cattolico nato in un territorio qualsiasi della sponda orientale dellâ
€™Adriatico debba essere considerato croato, ci chiediamo come si possa attribuire alla letteratura croata poeti e
scrittori che non scrissero le loro opere in lingua croata. Qui chi grida “Al ladro, al ladro!� è lui stesso un
ladro matricolato preso con le mani nel sacco.  Infatti in questa antologia croata della letteratura delle Bocche di
Cattaro, che va dal tramonto del Quattordicesimo alla fine del Diciottesimo secolo, troviamo 48 autori nati nelle
Bocche, dei quali 12 sono anonimi. Sottratti questi 12, ne restano 36. Di questi 36 ben 22 non hanno lasciato una
sola riga di scritto in lingua croata o serba, sicché è stato ingaggiato un folto manipolo di 11 italianisti per
tradurre i loro testi dal latino e dall’italiano e inserirli nell’antologia. Per la precisione, in due casi le
traduzioni sono dal latino e in tutti gli altri casi dall’italiano. La domanda, fastidiosa, è sempre la stessa:
come possono appartenere alla letteratura croata dei testi italiani poetici e in prosa? Con quale diritto, con quale
faccia tosta si possono compiere siffatte operazioni?
 Compaiono in questa antologia, come poeti e scrittori croati, Ludovico Pasquali-Pascalis, Giovanni Bona-
Boliris, ed ancora Giovanni Polizza, Giorgio Bisanti, Girolamo Pima, Timoteo Cisilla, Giovanni Crussala,
Giuseppe Bronza, Girolamo Panizzola, tutti, innegabilmente, italiani, insieme ad altri di origine slava, almeno a
giudicare dai cognomi, anch’essi però autori di testi italiani.
 Cominciamo subito da Cristoforo Ivanovich, il cui cognome è chiaramente slavo, diciamo pure croato. Ma
fino a che punto può definirsi scrittore croato questo Cristoforo Ivanovich? Nacque a Budua nel 1618 e si
spense a Venezia nel 1688. Tra le sue opere spiccano due grossi volumi di poesia, ambedue scritti e pubblicati a
Venezia: “Poesie� e “Minerva a tavolino�. In questa seconda opera l’Ivanovich pubblicò pure
una parte del suo epistolario e un’ottantina di pagine di sue “Memorie teatrali a Venezia�. Oltre che
poeta, infatti, egli era un uomo di teatro e scrisse numerosi libretti musicati da Pier Francesco Cavalli (l’opera
drammatica “Coriolanoâ€�), da Domenico Partendo (“Costanza trionfanteâ€�), Giovanni Gagliardi (â
€œLisimacoâ€�), Pietro Andrea Ziani (“L’amor guerrieroâ€�) e Domenico Freschi (“Circeâ€�). Tutti
questi drammi musicali venivano rappresentati nei teatri pubblici e di corte a Piacenza, Venezia, Bologna, Vicenza
e di altre città  italiane. Alla luce di questi elementi bio-bibliografici, è possibile o no considerare l’
Ivanovich montenegrino o croato? La risposta ci viene dallo stesso poeta il quale, in uno dei suoi scritti – tutti e
soltanto in lingua italiana – volle precisare la sua esclusiva appartenenza alla letteratura italiana, aggiungendo: â
€œbenché sia il mio nativo idioma tutto diverso dal toscanoâ€�.
 La medesima cosa avrebbero potuto dire gli altri scrittori e poeti presenti nell’antologia di Slobodan
Prosperov Novak, i cui testi croati sono stati tradotti dall’italiano: Vincenzo Buiovich, Marco Martinovich,
Cristoforo Mazzarovich, Marco Ivanovich-Moro eccetera, fino a Stefano Zannovich. A parte il luogo di nascita â
€“ si va da Cattaro a Perasto, da Permango a Budua – tutti questi scrittori studiarono in Italia, nelle università  
di Padova e Roma; vissero parte della loro vita in Italia, alcuni ci vissero per tutta la vita e vi morirono; si
considerarono e furono protagonisti delle correnti letterarie italiane.
 Dagli stessi saggi di Novak, Banac e Sbutega che precedono, accompagnano e seguono i testi dell’antologia
della letteratura “croata� delle Bocche emergono nomi di altri poeti e scrittori bocchesi, i cui testi sono
andati perduti, qui definiti “umanisti e petrarchisti�; si chiamavano Bernardo Pima, Nicola Chiurlo, Luca
Bisanti, Alberto de Gliricis, Domenico e Vincenzo Bucchia, Vincenzo Ceci, Antonio Zimbella, Francesco Morantiâ
€¦ Tutti “croatiâ€�!
 Per concludere. Da circa 80 anni – il fenomeno cominciò timidamente dopo la costituzione della prima
Jugoslavia nel 1920, per prendere via via sempre maggiori dimensioni – dalla critica e saggistica letteraria
croata, in parte anche da quella serba, è stata portata avanti una sistematica appropriazione di scrittori italiani
della Dalmazia e del Litorale montenegrino; e c’è stato, conseguentemente, l’inserimento nella letteratura
croata e montenegrina (alcuni nomi sono ripetuti nell’una e nell’altra) di tutti gli scrittori e poeti che
scrissero in latino e in italiano, se nati e vissuti sul territorio dell’odierna Croazia e dell’odierno
Montenegro. Il ladrocinio è accompagnato quasi sempre dalla slavizzazione e falsificazione dei nomi e dei
cognomi italiani, come abbiamo largamente dimostrato.
 A questo punto consideriamo una “curiosaâ€� circostanza: la letteratura croata dalle origine e fino al XVI
secolo è un susseguirsi di scrittori quasi esclusivamente dalmati, da Marko Marulić-Marulo a Hektorović-
Ettoreo ed altri. Viene perciò spontaneo chiedersi: come mai le arti e la letteratura croate non ebbero inizio in
regioni all’interno quali la Slavonia, la Baranja, la Posavina, lo Zagorje ed altre, mentre furono fiorenti prima
del XVI secolo in Dalmazia dove la letteratura in particolare si espresse nel latino e in italiano, e solo
rarissimamente in “illirico�, ovvero croato? Jutrović, Horvatić e tanti altri saggisti che ritengono
necessario arricchire la letteratura croata con le opere scritte in latino e in italiano da autori dalmati integralmente
inseriti nella cultura italiana, compiono un furto alla luce del giorno, è vero, ma vanno compatiti. Lo fanno
mossi dall’estremo bisogno. Appropriarsi della cultura altrui, in questo caso della letteratura italiana in
Dalmazia, è l’unica possibilità  della sposa per presentarsi allo sposo con una “doteâ€� decente. Di che
vantarsi, almeno fino al XVI – XVII secolo? Solo a cominciare da quei secoli, infatti, si possono trovare le
prime pagine di storia della letteratura croata, come quelle della scultura, della pittura, della musica e delle altre
arti; e tutte ci portano sempre in Dalmazia e, in genere, nelle regioni che per lunghi secoli furono della
Serenissima Repubblica di Venezia o della Repubblica di Ragusa che fu pure uno stato di lingua e cultura italiana.
 In altre parole, la cultura italiana in Dalmazia fece da seme e da concime, senza la presenza degli artisti e degli
scrittori italiani dalmati – per non parlare di quelli che arrivavano dalla sponda occidentale per stabilirsi in
Dalmazia – gli inizi della letteratura e molte arti croate verrebbero spostati a secoli molto più vicini a noi. Non
a caso il primo sillabario croato in caratteri glagolici fu stampato nel 1527 a… Venezia, la prima grammatica della
lingua croata fu scritta dal missionario gesuita italiano Bartolo Cassio di Pago (1575 – 1650) il quale viene
presentato oggi come Bartol Kašić.
 Le prime scuole laiche “cittadineâ€� comparvero non a Zagabria, Osijek, Koprivnica, Varaždin eccetera,
bensì a Zara nel 1282 e a Ragusa nel 1333. La prima rete di scuole superiori non fu creata in Slavonia, nello
Zagorje o in altre regioni croate ma in Dalmazia, a cominciare dal Collegio gesuita di Ragusa (che era provincia
romana della Compagnia di Gesù) fino al Seminario domenicano di Zara. Tutti gli intellettuali della Dalmazia dal
Duecento fino al Settecento e quasi tutti anche nell’Ottocento, frequentarono esclusivamente università  
italiane a Padova, Bologna, Roma. Con queste constatazioni non intendiamo certamente avanzare rivendicazioni
territoriali o chiedere modifiche di confini; ma nessuno può negarci le rivendicazioni morali, nessuno può
appropriarsi della nostra cultura, del nostro patrimonio di civiltà  scritto sui libri e sulle pietre.
Giacomo Scotti