Parte VI: Giochi, giocattoli e passatempi di adulti e bambini

Giochi, giocattoli e passatempi dei bambini e degli adulti.
      La mia mamma racconta che, quando lei era piccola, cioè intorno al 1920, aveva una sola bambola che le aveva regalato la fidanzata del fratello Romano, sempre quella zia Gasparova di cui ho più volte parlato. Questa bambola aveva il corpo di stoffa imbottito di paglia, la faccia di porcellana coi lineamenti dipinti sopra, capelli di stoppa e un bel vestito. La mia mamma la trovava bella come un angelo.
Queste bambole vengono ora riprodotte e vendute a carissimo prezzo ai collezionisti come bambole d’epoca.
Di questo giocattolo la mamma ricorda, oltre all’aspetto, la sua disperazione quando la ruppe. Non ricorda come accadde ma quanto pianse quando successe.
Ordinariamente le bambole per le bambine venivano fatte in casa dalle mamme con gli stracci. Si prendeva un pezzo di stoffa, lo si piegava a metà e si inserivano nella piega altri stracci compressi e arrotondati per formare la testa. Sotto alla testa si chiudevano gli stracci con un pezzo di spago per formare il collo. Sotto al collo si metteva un rotolino di stoffa per formare le braccia e poi si faceva un altro giro con lo spago per assicurare le braccia al corpo e formare il busto. Il resto della stoffa veniva lasciato libero come se fosse un vestito. Sulla testa, nella parte anteriore, si disegnavano o si ricamavano gli occhi, il naso e la bocca. Infine si cucivano alla testa dei fili di lana per formare i capelli. In qualche caso si confezionava pure un vestito vero e proprio da far indossare alla bambola.
Io ricordo di aver posseduto diverse bambole, fra le quali c’erano anche quelle di celluloide con la testa e gli arti snodabili.
Ma la gran parte dei giochi, che si trattasse di giocare con le bambole o con altro, specie durante il periodo più caldo dell’anno, si svolgeva all’aperto ed era costituito dalle attività di gruppo che i bambini praticano tuttora come il nascondino, il rincorrersi, il portone, le manette, il gioco dei bottoni, quello del filo, l’altalena. C’erano poi i giochi con la palla, generalmente fatta di stracci, perché quella volta pochi possedevano una palla come quelle attuali.
Per quanto riguarda i giochi all’aperto, quelli che io facevo con le mie coetanee erano gli stessi di mia madre, ma ricordo di aver fatto anche molti giochi simbolici, cioè i giochi del “far finta che…” Così si giocava alla scuola, alla famiglia, alla casa.
I maschi facevano i medesimi giochi all’aperto delle femmine con qualcosa in più come le corse col cerchio e i lanci di sassi con la fionda. Nei loro giochi erano più presenti che in quelli delle femmine le corse, i salti, l’arrampicarsi sugli alberi, gli scherzi di diverso genere come la ricerca dei nidi degli uccelli (anche per distruggerli o portare via le uova) o liberare gli uccellini domestici dalle loro gabbie.

Gli uomini adulti passavano il loro tempo libero, specie di domenica, all’osteria giocando a carte e alle bocce,  bevendo qualche bicchiere di vino e magari cantando. Qualcuno si ubriacava.

In primavera fiorivano i primi amori e si rinfocolavano i vecchi perché il corteggiamento avveniva negli ovili, dove i giovani andavano a trovare le ragazze, dedite alla fatica della mungitura delle pecore.

Ma il divertimento universale dei giovani, e anche dei meno giovani, era il ballo. Ogni occasione era buona per ballare. Per farlo ci si riuniva di domenica ora in casa dell’uno ora in casa dell’altro ma soprattutto nella sala grande dell’osteria dei Badurina. C’erano poi le feste nuziali, a cui veniva invitato tutto il paese. Le nozze venivano celebrate nel pomeriggio e, alla fine della cerimonia, si andava a casa della sposa, dove veniva preparata un’abbondante e ottima cena, che si consumava fra brindisi e scherzi vari, anche salaci. La festa si concludeva immancabilmente col ballo, al suono della fisarmonica, che andava avanti per tutta la notte. Alla fine i giovani, non ancora paghi e rallegrati dal vino ingerito, prima di rincasare facevano un ultimo giro del paese cantando
Un’altra occasione per ballare era offerta dalla ricorrenza della prima domenica di maggio. Questa festa, che venne sospesa durante la seconda guerra mondiale, era una celebrazione della primavera e del risveglio della natura. Per festeggiare, giovani tagliavano un grande albero, di solito una quercia, e lo piantavano in piazza, davanti alla chiesa. Esso veniva poi ornato con bei fazzoletti colorati, offerti dalle ragazze da marito. Inoltre, durante la notte, i giovanotti andavano a prendere, di nascosto e sempre dalle case delle ragazze da maritare, i più bei vasi di fiori per metterli sotto alla pianta. E infine si ballava felici … fino allo sfinimento. Il giorno dopo la festa le madri andavano a recuperare piante e fazzoletti, perché queste cose non venivano mai restituite spontaneamente dai giovanotti e non era considerato decoroso, per le signorine, andare a riprenderseli di persona.
Si ballava anche la notte di S.Giovanni, attorno al grande fuoco acceso, come al solito, in piazza. 
Si ballò nelle case anche durante il tempo di guerra con ai piedi scarpe di pezza con suole di gomma, ricavate da vecchi copertoni trovati chissà dove, perché non c’erano scarpe diverse o perché non si voleva sciuparle.

D’inverno, durante i lunghi e bui pomeriggi di maltempo, gli uomini riparavano o costruivano attrezzi per la lavorazione dei campi, come manici per zappe e badili, panieri per far asciugare i fichi, spone (1) o arrotavano marsani (2) e cossarici (3). Le donne si dedicavano invece alla  filatura della lana e ai lavori di cucito, di ricamo e a maglia. Le più anziane facevano le calze per la famiglia. Ricordo la nonna sempre con un giro di ferri da calza in mano, anche al buio.
Di sera ci si riuniva attorno al fuoco in casa dell’uno o dell’altro e si raccontavano storie, quasi sempre di spettri e macmali?i (4). I bambini si addormentavano ascoltando queste storie e finivano col vedere gnomi e folletti maligni pronti a catturarli in tutti gli angoli bui. Poi, quando giungeva l’ora del ritorno a casa, i genitori si caricavano i figli dormienti sulle spalle e andavano verso le proprie dimore agitando un tizzone acceso per rischiararsi la strada che, nelle notti senza luna, era nera come la pece.
                                                                                                                                          Fine
                                                                                                   
Carmen Palazzolo Debianchi