Parte V: Usanze pasquali Usanze pasquali religiose e non La vita di una volta, specie nei paesi, era scandita, molto più che oggidì, dalle ricorrenze religiose, che costituivano avvenimenti importanti, che coinvolgevano tutta la popolazione. Così, in chiesa, la celebrazione della Pasqua cominciava quindici giorni prima di questa ricorrenza, la Domenica di Passione, con l'assenza di fiori sugli altari, l'uso di paramenti violetti durante le cerimonie e la copertura delle statue e di qualsiasi simulacro con drappi dello stesso colore, ad indicare il lutto della chiesa per la passione e la morte di Gesù. Il "lutto" veniva interrotto la domenica successiva, la Domenica delle Palme, con la solenne processione e la benedizione dei rami di ulivo. Ogni famiglia portava poi nella propria casa qualche ramo di olivo benedetto da appendere al muro e conservare fino all'anno successivo. In caso di malattie, di temporali od altre calamità, alcune foglie di olivo benedetto venivano bruciate in un recipiente di metallo per esorcizzare, con un rito un po' pagano, il male. Le cerimonie commemorative s'intensificavano durante la settimana precedente la Pasqua, la settimana santa, a partire da mercoledì, quando intorno all'altare della Madonna, situato a sinistra dell'altar maggiore, si allestiva il Santo Sepolcro. A questo scopo l'altare veniva nascosto e circondato da teli bianchi e celesti. Durante la Messa del giovedì santo il celebrante lavava i piedi a dodici fanciulli, a ricordo del lavaggio dei piedi effettuato da Gesù ai dodici Apostoli durante l'ultima cena. Sempre durante la medesima cerimonia, il sacerdote benediva l'acqua, il fuoco e l'olio. Le donne del paese portavano a casa in una bottiglietta l'acqua benedetta per metterla nelle acquasantiere che si tenevano sopra al letto. L' "acqua santa" veniva usata anche per aspergere le case e i loro abitanti in caso di malattie o pericoli in corso o temuti, come violenti temporali o grandinate. In certe famiglie vigeva pure la consuetudine di benedire con l'incenso e l'acqua santa anche il cibo che si consumava a Pasqua. Dopo la Messa del giovedì santo, in segno di lutto, le campane non dovevano più suonare e, per sicurezza, il loro battacchio veniva legato. Invece che dalle campane, i fedeli venivano convocati alla preghiera dai ragazzi che facevano tre volte il giro del paese agitando le "screbetuie" e gridando agli incroci, nel dialetto croato del posto, la formula: "Orsù popolo, venite alla funzione! Questo è il 1° avviso". Al secondo giro la formula si concludeva, naturalmente, con le parole: "Questo è il 2° avviso" e al 3° con: "Questo è il 3° e ultimo avviso". Il venerdì santo un Gesù, inchiodato ad una grande croce di legno, veniva disteso sui gradini che portavano all'altare maggiore. Durante la giornata una processione di persone andava ad onorarlo. Secondo la consuetudine, alla porta della chiesa ci si doveva togliere le scarpe e poi si andava ginocchioni fino al Crocefisso, anche più di una volta, recitando per 50 volte, sempre nel dialetto croato del posto, una preghiera particolare (*). Giunti al Crocefisso, si deponeva un bacio sul suo corpo e una moneta vicino e, alzatisi in piedi, si tornava indietro. I riti della giornata procedevano, nel primo pomeriggio, con la Via Crucis in chiesa, seguita prevalentemente dai bambini, e si concludevano con la Via Crucis serale per le strade del paese. La processione dei fedeli, guidata dal parroco e preceduta da un uomo robusto che portava una grande croce, si snodava salmodiando per le strade del borgo, di un buio inimmaginabile. Qualche candela accesa, in mano di qualcuno, qua e là, non riusciva a rompere le tenebre perciò, sui davanzali delle finestre e sulle masiere lungo il percorso, venivano deposte delle palle formate con cenere impastata col petrolio a cui, prima del passaggio della processione, veniva dato fuoco per illuminare la strada. Durante la processione, fra una stazione e l'altra, si catava il Miserere. Molto suggestive erano le funzioni serali del mercoledì, giovedì e venerdì santi. La chiesa era illuminata soltanto dalle 13 candele accese su di un grande candeliere a piedistallo, a forma di triangolo. Queste candele erano disposte ai due lati del triangolo, sei per parte, a rappresentare i dodici Apostoli, e una al vertice, a simboleggiare Gesù. Si recitavano dei salmi e, alla fine di ciascuno o di ogni strofa, si spegneva una candela finché rimaneva accesa soltanto quella al vertice. Alla fine anche questa veniva portata in sagrestia da un chierichetto e si rimaneva al buio e in silenzio. Dopo poco cominciava un fracasso spaventoso, che sembrava provenire da tutte le parti e faceva tremare le panche su cui si stava seduti. I bambini si stringevano alle madri, tremanti di paura e di eccitazione, le pupille dilatate. Poi, dopo un crescendo spaventoso, tornava il silenzio e tutti rientravano nelle proprie case. Il sabato, intorno alle ore dieci, veniva celebrata una Messa solenne e, al Glora, per festeggiare la resurrezione di Gesù, tutte le campane suonavano a festa. Al suono delle campane le mamme lavavano la faccia dei bambini per preservarli dalle malattie della pelle. Contemporaneamente alle funzioni religiose, nelle case si preparavano le "pinze", i caratteristici dolci pasquali delle nostre parti. Grande era, ogni anno, la preoccupazione delle donne del paese per la riuscita di questo dolce e non sempre la loro fatica era premiata da un perfetto risultato. Le pinze erano quasi sempre troppo o poco dolci, troppo asciutte, poco lievitate, e così via. Raramente ho sentito qualcuna delle donne della famiglia o del paese esprimere piena soddisfazione per il risultato raggiunto. O era un vezzo? Oltre ai dolci, le donne del paese facevano le "pulizie di Pasqua", nel corso delle quali ogni oggetto e locale veniva spolverato e lavato, le stanze spesso ridipinte. Le abitazioni venivano così arieggiate e ripulite dopo il lungo periodo invernale, durante il quale porte e finestre rimanevano chiuse più possibile per impedire l'accesso alle gelide folate della bora e trattenere in casa il calore del fuoco acceso nel fogolar. Esse erano così pronte anche a ricevere la benedizione che il sabato santo, nel pomeriggio, il parroco, accompagnato da un chierichetto, passava a dare in ogni casa. Con l'aspersore con l'acqua benedetta e il turibolo con l'incenso che emanava i suoi effluvi profumati, essi passavano di locale in locale, dove facevano bella mostra di sé gli oggetti più preziosi della famiglia. A conclusione della cerimonia, ogni famiglia faceva un'offerta, in natura o in denaro, a seconda delle sue possibilità Le celebrazioni pasquali si concludevano con la solenne Messa cantata della domenica di Pasqua. Alla fine della Messa era consuetudine deporre ai piedi dell'altare un candido tovagliolo con il cibo da benedire: uova, pinze ed altro. Davanti alla chiesa, ancora una sosta per scambiarsi gli auguri e poi.... tutti a casa a mangiare le carpize col sugo d'agnello e le pinze. -------------------- (*) Secondo la mia libera traduzione, la preghiera diceva così: Al Santo Sepolcro va la penitente - piangendo e pregando. - Ciò che la penitente chiede - Gesù in croce glielo concede. -Chi dirà cinquanta volte una preghiera, - in onore delle mie sofferenze, - ogni cosa gli perdonerò, - basta che me lo chieda. (continua) |