Parte IV: la scuola
          
          
Una scuola di paese
           La scuola elementare di Puntacroce, che io ho frequentato negli anni 1940/45, esiste tuttora ed è un bell’edificio in pietra bianca, costruito nell’epoca fascista e intitolato, ai miei tempi, a Vittorio Emanuele III.
Ricordo una grande aula al piano terreno, illuminata da tante grandi finestre, in cui erano riuniti gli alunni di tutte e cinque le classi. Ai due lati dell’aula c’erano i gabinetti: da una parte quelli per i maschi e dall’altra quelli per le femmine. Al piano superiore, arricchito da due ampie terrazze, c’era l’abitazione per il maestro. La costruzione, situata al centro di uno spiazzo ghiaioso, aveva da un lato alcuni rigogliosi alberi d’acacia e dall’altro un pezzo di terreno, per la gran parte incolto, in cui vivevano una odue tartarughe e dove la bidella piantava a volte qualche ortaggio. Qui, durante la guerra, gli alunni si esercitavano anche a coltivare verdure varie, in base al programma per il potenziamento dell’agricoltura, varato da Mussolini. Vicino all’orto c’era un piccolo spazio in cemento con al centro un pozzo. Ai miei tempi codesto spazio, e quello davanti alla chiesa, anch’esso con al centro un pozzo, erano le uniche due superfici asfaltate del paese, perciò erano molto importanti per noi ragazzi, perché ci si poteva giocare senza il rischio di sbucciarsi le ginocchia e ci si poteva perfino pattinare, se si riusciva a procurarsi un paio di pattini a rotelle.
Prima della costruzione di codesta scuola, cioè quando era piccola ed andava a scuola mia madre, le lezioni si svolgevano in una stanza al primo piano della casa parrocchiale ed erano tenute dallo stesso parroco: don Nicola Depiccolosvane.
La mia mamma, che è nata nel 1913, ha frequentato le cinque classi della scuola elementare negli anni 1921/26 in questi locali, che furono anche la sede della prima scuola italiana del paese dopo la prima guerra mondiale ed il passaggio di quelle terre dall’impero austro-ungarico all’Italia. Con la mamma andò per la prima volta in questa scuola italiana anche la zia Mica, tre anni più vecchia di lei. La mamma ricorda ancora che il primo giorno di scuola mentre il maestro tracciava alla lavagna una serie di “aste” e di “filetti” da copiare sul quaderno, pensava preoccupata: “Come farò io a scrivere quelle cose così difficili!” Evidentemente non era abituata a tenere in mano la matita fina quasi dalla nascita come i bambini di oggi. In classe erano in tutto una decina su una popolazione di circa 250 persone. Essi avevano un libro per la lettura e uno per l’aritmetica per ciascuna classe. Ella ne ricorda due in particolare : “Il mio sapere” e “Di tutto un po’”. Quest’ultimo era il libro di quinta classe, in cui si faceva un ripasso generale del sapere appreso durante il quinquennio in vista dell’esame finale.
La zia Atonia, nata nel 1907, frequentò invece la scuola elementare sotto l’Austria. Il corso di studi, della durata di tre anni, era tenuto da due sorelle di Neresine, che insegnavano a leggere, a scrivere e a fare i “conti”. Alle bambine veniva inoltre impartita qualche nozione di economia domestica e di lavoro femminile. I libri erano soltanto due, con robuste copertine di cartone, per tutti e tre gli anni: uno per la lingua italiana ed uno per l’aritmetica. Per le esercitazioni non c’erano quaderni o blocchi di carta ma lavagnette e gessetti.
Per quanto riguarda i miei ricordi della scuola elementare, essi sono scarsi e frammentari. Rammento che, dal momento che in paese non c’erano scuole materne, approfittando della disponibilità della maestra, la mamma mi mandò a scuola un anno prima come “ascoltante”. E in codesta condizione di ascolto la mia frequenza scolastica trascorse tranquillamente finché un giorno, ben impresso nella mia memoria, la maestra esclamò durante un dettato: “Hai scritto giusto!”  In qualche modo,  “ascoltando”, avevo anche imparato a scrivere. L’insegnante non poteva infatti dedicarmi tante cure in una pluriclasse di una ventina di alunni. Della scuola elementare vera e propria conservo ancora l’immagine, anche fisica (era bellissima e bruna) della maestra della prima elementare, l’Antonietta Villio di Muggia (Trieste), che io ebbi da “ascoltante” e in prima elementare. Ella merita di essere citata perché rimase a Puntacroce per ben tre anni integrandosi nella vita del paese e svolgendo un ruolo di vera e propria animatrice culturale; infatti, oltre alle lezioni del mattino, teneva corsi serali per adulti e organizzava recite. Questa lunga permanenza in paese di un’insegnante costituì l’unica positiva eccezione che io ricordi, perché in quell’angolo sperduto di mondo gli docenti non rimanevano di solito per più di un anno.. In seconda elementare venne dunque una nuova maestra, Maria Scrivani, di Neresine. In terza e quarta elementare fummo affidati al parroco, don Matteo Purich di Cherso, perché erano gli anni scolastico 1942/44, eravamo in piena seconda guerra mondiale e di maestri non ne arrivavano più in paese.. Infine, nell’anno scolastico 1944/45, quando ero in quinta classe, alla scuola furono assegnati una giovane maestra sfollata da Zara, Fedora Gaspar, e un neodiplomato dell’istituto Nautico di Lussinpiccolo, Antonio Piccinich. Essi rimasero con noi fino all’occupazione titina della primavera del 1945, quando la scuola semplicemente cessò. Si concluse così la mia carriera scolastica elementare, senza l’esame finale e senza quello di ammissione alla scuola media inferiore, esistente a quell’epoca.
Oltre al quadro generale descritto, di quegli anni io ricordo ancora gli sforzi del buon don Matteo che, con una bacchetta in una mano, davanti ad un planisfero, cercava di inculcarci qualche nozione di geografia; i compiti a casa di un’amica, svolgendo i quali io, allora in seconda elementare, destai lo stupore e la disapprovazione  piena di compatimento della mamma di questa compagna ideando una strana strategia per eseguire dei calcoli aritmetici; la preoccupazione dei due insegnanti di quinta classe, secondo i quali eravamo di un’ignoranza spaventosa. Quanto al resto… niente! Immagine che anch’io avrò coltivato qualcosa nell’ “orto di guerra” adiacente alla scuola, ma che cosa? Una mia coetanea ricorda, a proposito di quest’attività, una sua birichinata. Un giorno, accortasi all’arrivo a scuola che le pianticelle di piselli di un compagno erano molto più rigogliose delle sue, perché la mamma di codesto bambino, che amava veder primeggiare i propri figli, andava a bagnargliele tutte le mattine, le strappò tutte, ad una ad una. Un’altra monelleria sembra fosse far bere ai più creduloni un sorso di inchiostro facendolo passare per vino rosso. Altri ricordano le risate dei più grandi quando i piccoli non sapevano qualcosa.
Io non ricordo nessun particolare della vita scolastica di quegli anni, come se una raffica di bora avesse spazzato tutto dalla mia mente.
(continua)