| COME SI VIVEVA A PUNTACROCE CINQUANT’ANNI FA E PIU’ (Ricordi della scrivente, non ricerca storica) di Carmen Palazzolo Debianchi Presentazione Carmen Palazzolo Debianchi è nata a Puntacroce, l’attuale Punta Kri?a, nel 1934. Ha lasciato il paese nel 1946 e, dopo una breve parentesi a Lussinpiccolo, dove ha frequentato parte della seconda media, nel marzo del 1947 è esulata coi genitori a Trieste, dove vive tuttora. Il lungo racconto che riproduciamo, diviso in sei parti, è stato pubblicato qualche anno fa sul periodico “Comunità Chersina” dell’Associazione “Francesco Patrizio”. Esso è il frutto dei ricordi della scrivente coniugato con quelli della madre, un’arzilla signora novantenne. Parte I: Il bello e il brutto, le case, le fonti di sostentamento Il bello e il brutto Oggi, quando mi capita di dire che sono nata a Puntacroce, nell'isola di Cherso, sento quasi sempre il mio interlocutore esclamare: "Lei proviene da un posto meraviglioso! Quella pietraia lungo la strada verso Cherso! Quel profumo di salvia! La pescosità del mare!" Ma Puntacroce, l'attuale Punta Kriza, piccolo paese situato su una collinetta prospiciente la baia di Porto Ul, a 12 km da Ossero, ai miei tempi era una località dispersa in mezzo ai campi e ai boschi, senza una strada carrozzabile, acqua corrente, elettricità. Il maggior disagio non era però costituito dalla mancanza dell'acqua corrente o dell'elettricità ma dalla carenza di strade. Infatti, il sentiero che portava alla baia di Pogana, da cui si prendeva una barca per andare a Lussinpiccolo, e quello che andava verso Ossero, erano stretti e sassosi per cui non si poteva percorrerli diversamente che a piedi o a dorso di cavallo o d'asino. Ciò, prima della diffusione della radio, della televisione e del telefono, toglieva agli abitanti del posto ogni possibilità di comunicazione con il resto del mondo. Per quanto riguarda l'acqua, tutte le case avevano sotto il pavimento un'ampia cisterna, in cui veniva convogliata, attraverso le grondaie, l'acqua piovana che cadeva sul tetto della casa. Per l'illuminazione si ricorreva invece ai lumi a petrolio, alle candele e, più raramente, ai lumi a carburo. Il riscaldamento era assicurato dal fuoco di legna acceso sul fogolar di casa, nello spahert o in entrambi. Quando sento parlare della bellezza e del calore dei caminetti, nel senso moderno di atmosfera accogliente, che il caminetto contribuisce a creare, a me vengono immediatamente alla mente le case di Puntacroce, in cui l'atmosfera poteva anche essere accogliente ma non era certamente assicurata dal calore diffuso dal fogolar. Infatti, anche se nella stanza del fogolar, e specialmente nelle sue vicinanze, faceva caldo, appena uno se ne scostava un poco o andava nelle altre stanze, specie in quelle del piano superiore, era investito da un gelo terribile, che non mi sono ancora scordata. Il freddo non era dovuto soltanto alla mancanza di fonti di calore in tutti i locali o alla lontananza dalla fonte di calore esistente ma anche al fatto che la temperatura esterna entrava liberamente anche dentro alle case attraverso gli spifferi di tutte le porte e le finestre. Chi è abituato alle case con termosifoni in tutti i locali non può nemmeno immaginare queste cose. Ma, al di là dei disagi dovuti al freddo invernale e alle difficoltà di comunicazione, che non erano peraltro dissimili da quelli esistenti in quell'epoca nelle piccole località di qualsiasi parte d'Italia e del mondo, può essere interessante conoscere il modo di vivere degli abitanti di questo piccolo centro in quanto, proprio per le difficoltà di comunicazione allora esistenti, il modo di vivere della popolazione, anche di località vicine fra loro, poteva variare notevolmente ed era molto diverso da quello attuale. Oggi l'elettricità, la radio, la televisione, il telefono, il computer con Internet, l'esistenza di strade carrozzabili e la diffusione dell'automobile consentono di avere nei paesi le stesse comodità esistenti nelle città, anzi la qualità della vita è migliore nei piccoli centri che nelle metropoli. La situazione poteva e può essere più grave a Puntacroce che sulla terraferma, ieri come oggi, in quanto situata in una piccola isola. Allora, quello era un posto terribile, in cui sopravvivevano solo i più forti, perché un neonato poteva morire fra le braccia dei genitori o una donna soccombere di infezione puerperale prima che un medico riuscisse a raggiungerli o che loro potessero recarsi da lui. Nessuno, al di fuori degli abitanti dell'isola, conosceva a quell'epoca l'esistenza di questo paesino e certamente anche pochi isolani l'avevano visitato. Puntacroce ha acquistato notorietà da quando il benessere - affiancato da una vita affannosamente vissuta, a causa di mille impegni, in mezzo al traffico ed allo smog cittadini - ha spinto la gente alla ricerca di località lontane da tutto ciò e in cui si possa ancora respirare aria pulita passeggiando, pescando e cacciando. E per attrarre ed accentuare l'immagine di un luogo in cui si può vivere secondo natura, vi è stato pure costruito un campeggio per nudisti. Cinquant'anni fa il paese era composto da poche case, una chiesa, la scuola elementare, un'osteria che vendeva anche carne e salumi, un negozio di generi alimentari e la caserma per le guardie di finanza. Si spiega così come mia madre, una Lazzarich del posto, conobbe e sposò un siciliano, Giovanni Palazzolo, che appunto come guardia di finanza era stato spedito in questo sperduto paesino ai confini orientali del regno d'Italia dalla natìa Scicli, situata nella Sicilia sud-orientale. Un po' fuori dal paese, vicino al mare, dalla parte di Lussinpiccolo, sorgeva il minuscolo cimitero con la sua cappella. Ai miei tempi, a Puntacroce vivevano più di duecento persone, raggruppate in una trentina di famiglie. Oltre a quella di mia madre - i Lazzarich - c'erano le famiglie Argentin, Badurina, Baicich, Benvin, Bernabich, Brussich,... (1) Altri nuclei familiari vivevano nelle stanze, una sorta di fattorie dislocate fuori dal villaggio. Codeste stanze costituivano la residenza abituale della famiglia, come nel caso dei Marussich di Miclosuan, erano un luogo di lavoro, abitato solo durante il periodo della mungitura e della fabbricazione del formaggio, o di villeggiatura estiva, come per i Lemessi, che risiedevano abitualmente a Cherso e trascorrevano il periodo estivo a Lussari. Altre stanze che attorniavano il paese erano Murtovnic, Smriecie, Parhavaz, Peschì Durante il periodo fascista molti dei suddetti cognomi, specie quelli terminanti con ch, subirono una trasformazione per cui, o persero semplicemente queste due consonanti - come nel caso di Cremenich, che diventò Cremeni o di Cuccich, che diventò Cucci - o il ch finale fu sostituito da una sillaba, come è esemplificato dal Lazzarich di mia madre che si trasformò in Lazzarini. Alcune famiglie erano conosciute, oltre che con il cognome con un soprannome. Quello del mio nonno materno era, ad esempio, Bisciga, perciò i membri della sua famiglia erano anche detti, alla russa, Biscigovi. Il soprannome della famiglia Bernabich era Bastian, quello dei Muscardin di Murtovnic Rumbaz, quello di una famiglia Badurina Papa e quello di un'altra Lugnan. Le case Le case del posto avevano una struttura caratteristica, adeguata al clima ed alle esigenze della vita che vi si svolgeva. La casa del mio nonno materno era un edificio comprendente il piano terra e un piano rialzato. Al piano superiore c'erano solamente due grandi stanze la letto. Alla prima delle due stanze, che era la camera da letto dei figli, si accedeva direttamente dalle scale. Da essa si passava nell'altra camera, chiudibile con una porta, riservata ai genitori. Al piano terreno c'erano due cucine, quella d'estate, situata all'ingresso anteriore, e quella d'inverno, dalla parte opposta della casa. Il locale più caratteristico della casa era indubbiamente la cucina d'inverno. Essa era costituita da un piccolo locale circolare in cui, di fronte all'uscio privo di battente, si apriva una stretta finestrella. Sopra questa stanza c'era una terrazzetta, ovviamente anch'essa circolare, a cui si accedeva dalla stanza da letto padronale. Al centro della stanza c'era un basso e ampio focolare di forma quadrata che ne occupava quasi tutta la superficie, sopra il quale pendeva una grossa catena terminante con un gancio a cui si appendevano le pentole per cucinare. Tutto intorno al focolare, aderente alla parete, correva una panca, per cui è chiaro che, oltre che essere la stanza più caratteristica era anche la stanza più calda d'inverno. Il locale più importante della casa era però la cucina d'estate in quanto fungeva anche da soggiorno e locale in cui si accoglievano gli ospiti. In essa, a sinistra dell'ingresso anteriore, il principale, c'era la scala per andare nelle stanze da letto. Sotto alla scala c'era l'apertura della cisterna dell'acqua e vicino la "cameniza", recipiente quadrangolare scavato nella pietra, con un coperchio di legno, in cui veniva tenuto l'olio d'oliva ricavato dagli ulivi della famiglia. A destra dell'ingresso c'era il forno per cuocere il pane. Di fronte alla porta d'entrata, fra la cucina d'estate e quella d'inverno, c'era un ampio locale tutto buio sul cui fondo si apriva l'uscita posteriore, che dava sul porcile, il pollaio, l'orto. In questa grande stanza c'erano, proprio fra le porte delle due cucine, due mole di pietra: una per macinare il frumento e l'altra per macinare il granoturco. Esse poggiavano su due grezzi tavoli i cui bordi rialzati servivano a contenere la farina macinata. Dalla parte opposta stavano le grosse botti con il vino e la bevanda provenienti dai vigneti della famiglia. Dal soffitto pendevano i prosciutti e, sulle apposite assi, venivano messi a stagionare i formaggi pecorini finché non giungeva il momento di riporli, ben oliati, nelle casse. Ma, indipendentemente dall'abbondanza delle riserve alimentari possedute, a casa dei nonni il cibo veniva consumato con grande parsimonia, tenendo sempre a mente il domani. Il monito ricorrente era infatti: "Anche domani se magna fioi!" Una volta alla settimana la cucina d'estate si surriscaldava per l'accensione del forno per cuocere il pane. La panificazione cominciava la mattina di buonora preparando il lievito, cioé impastando il "paneto" con un po' d'acqua e di farina, nella grande madia di legno a forma di culla senza gambe. Il "paneto" era un pezzo di pasta lievitata messo da parte dalla panificazione precedente. Il composto così preparato veniva lasciato lievitare finché non aumentava di volume. Allora vi si aggiungeva la farina e l'acqua desiderati e si lasciava riposare il tutto, coperto e al caldo, fino a quando si gonfiava al punto giusto. La lievitazione non doveva essere infatti eccessiva perché altrimenti tutto il pane diventava acido. Solo più tardi si è cominciato far lievitare l'impasto per il pane con il cosiddetto "lievito di birra". In primavera, durante il periodo della mungitura e della preparazione del formaggio, per avere un pane più soffice si mescolava alla farina, al posto dell'acqua, il siero prodotto dal latte durante il processo di lavorazione del formaggio. Il processo di lievitazione durava generalmente fino al pomeriggio. A questo punto si bruciavano nel forno, per riscaldarlo, delle frasche. La temperatura interna era ritenuta ottimale quando le pareti di mattoni del rivestimento interno diventavano bianche. Le braci e la cenere venivano allora raccolte con una pala e convogliate nell'apposita buca, situata all'ingresso del forno. Si poteva allora mettere a cuocere le grandi struzze d'impasto, che sarebbero state in parte consumate fresche e in parte tostate. Le forme da tostare venivano profondamente incise col coltello prima della cottura per agevolare la loro affettatura. Infatti, appena cotte, esse venivano tagliate a fette, che erano rimesse a tostare nel forno ormai tiepido, per essere consumate quando il pane fresco era finito. Chi non riusciva a masticarle così, le inumidiva. Prima di Pasqua nello stesso forno venivano cotte le pugace (le pinze triestine). Le fonti di sostentamento Le principali fonti di sostentamento degli abitanti del paese provenivano dall'agricoltura, dall'allevamento delle pecore, dalla pesca e dal taglio dei boschi. Il tutto era praticato su scala ridotta e serviva solamente agli usi familiari sia per la scarsità oggettiva di spazio a disposizione che per l'aridità del suolo, derivante soprattutto dalla sua pietrosità. Nonostante codesta pietrosità, tutte le case del paese avevano un orto rigoglioso, cosa che non sembra vera guardando ora i medesimi campi, incolti e rocciosi. I miei nonni, che avevano accumulato, nel tempo, parecchia terra ed erano molto attivi, coltivavano piselli, fave, ceci, radicchietto, insalatina, melanzane, verze, patate. Nell'orto si trovava inoltre sempre prezzemolo, cipolla, aglio, scalogno, col quale la nonna faceva un saporito sugo, il "sliepi brudet". Non mancavano piante aromatiche come la salvia e il rosmarino. Sui bordi fiorivano le piantine di camomilla e, qua e là, spuntava qualche ciuffo di lavanda. Terreni più vasti erano coltivati a viti, grano e granoturco. A quanto ricordo, la coltivazione del grano non riusciva a sopperire al fabbisogno familiare mentre quella del granoturco sì, anche se la polenta non mancava mai sulle tavole tutte le sere. Una famiglia laboriosa e in possesso di una certa superficie di campi da coltivare, disboscare e su cui far pascolare un po' di pecore non pativa la fame ma non aveva nemmeno risorse pecuniarie per sopperire a bisogni diversi dallo stretto sostentamento. Per guadagnare qualcosa gli uomini del paese dovevano dunque andare a lavorare nelle carbonaie o nelle calchiere di calce, vendere la legna dei propri boschi o andare a navigar. Molto frequente era l'emigrazione, specie negli Stati Uniti d'America. Essa poteva avere carattere temporaneo, e riguardare un solo membro della famiglia, o permanente. Nel primo caso era di solito il capofamiglia che si assentava dalla terra natìa per un periodo di tempo non troppo lungo allo scopo di guagagnare il necessario per conseguire un obiettivo particolare. Mio nonno, ad esempio, se ne andò per tre volte a lavorare in America per acquistare la casa e terreni. Nel secondo caso il capofamiglia emigrato, dopo aver trovato lavoro e casa, chiamava presso di sé i familiari o tutta una famiglia si faceva "richiamare" all'estero da un'altra famiglia di parenti o amici. Ma alcuni uomini emigrarono e non se ne ebbe mai più notizia, come se fossero spariti nel nulla; altri si formarono notoriamente una nuova famiglia e abbandonarono in patria moglie e figli; altri ancora non ritornarono mai più al paese ma provvidero al mantenimento di moglie e figli. Per quanto riguarda la pesca, quasi tutte le famiglie possedevano una barchetta a remi, una batana o un caicio, per pescare e pare che, ai tempi di mio nonno, il mare intorno al paese fosse così pescoso che a volte il pesce si poteva prendere con le mani. Io ricordo ancora il sapore del brodetto con i polpi affumicati. Una parte molto importante dell'economia locale era costituita dall'allevamento delle pecore che, a Puntacroce erano, e a quanto mi risulta sono tuttora, una risorsa economica importante per la carne, la lana, il latte ed il formaggio. Per il nutrimento di codesti animali le famiglie del luogo possedevano dei terreni adibiti a pascoli, sui quali gli ovini venivano fatti ruotare: quando l'erba di un pascolo era stata brucata, le bestie venivano trasferite in un altro fino all'inverno, quando quasi tutti gli animali del paese venivano riuniti in un grande terreno di proprietà del Comune, e perciò chiamato "Comunada". Per riconoscere i propri animali, i proprietari imprimevano loro un marchio sulle orecchie. _________________________________________ (1) Altri cognomi che ricordo sono Buscain, Butcovich, Cossich, Cremenich, Cuccich, Gaglianich, Harsich, Hroncich, Lechich, Lovrich, Marussich, Milussich, Muscardin, Pinesich, Plessich, Prendivoi, Rucconich, Sindicich, Toich, Vodarich, Zorovich. (continua) |