16 giugno 2003 - Ricordano Padre Flaminio Rocchi 

DOPO LA S. MESSA DELL'11 GIUGNO 2003
Chiesa di S. Marco, Villaggio Giuliano-dalmata EUR

Si legge nell'Esodo (15, 22-25). "Mosè fece levare l'accampamento di Israele dal Mar Rosso ed essi avanzarono nel deserto…Camminarono tre giorni nel deserto e non trovarono acqua. Arrivarono a Mara, ma non potevano bere le acque di Mara, perché erano amare…Allora il popolo mormorò contro Mosè: "Che cosa berremo?" Egli invocò il Signore, il quale gli indicò un legno. Lo gettò nell'acqua e l'acqua divenne dolce. In quel luogo il Signore impose al popolo una legge e un diritto; in quel luogo lo mise alla prova."
Anche noi abbiamo camminato nel deserto. Anche noi siamo stati messi alla prova. Anche a noi fu offerta acqua amara, che non potemmo bere. Alcuni di voi lo ricordano.
E chi ci accompagnava nell'esodo dalle terre natali erano i nostri pastori. Ci precedevano come Mosè. Mons. Monzani, arcivescovo degli zaratini, Mons. Radossi, vescovo di Pola, Mons. Camozzo, vescovo di Fiume e Mons. Santin, vescovo si Trieste e Capodistria. E con loro parroci e cappellani, monache e frati. Me ne vengono in mente alcuni: Don Dapiran, Don Stefani, Padre Orlini, che diventerà Generale del suo Ordine e presidente dell'Associazione Venezia Giulia e Dalmazia, Padre Bommarco, che sarà poi Vescovo di Gorizia. E tanti altri che ci sono stati vicini nei campi profughi e nei successivi villaggi giuliano-dalmati costruiti dall'Opera.
Altri sacerdoti rimasero lì, a testimoniare, nel senso più letterale: "martiri". Oltre trenta sacerdoti italiani, istriani per lo più, persero la vita in quegli anni per mano delle bande che l'ateismo di Stato aveva scatenato contro di noi, per estirpare la fede in Cristo e la fedeltà alla Madrepatria. E' la nostra piccola "Chiesa del Silenzio". Un…silenzio che dura ancora.
E che Padre Rocchi cercava di rompere. Per alcuni di questi sacerdoti è in corso il processo di beatificazione...
Come fu Padre Rocchi il primo a rompere la cappa di silenzio e di omertà sulle Foibe, quando nessuno osava parlarne. Fu lui a far porre finalmente una pietra e un modesto cippo sulle foibe di Basovizza e di Monrupino, le uniche rimaste in territorio italiano.
Come è stato che Padre Rocchi sia diventato la nostra "guida"?
Era nato tra le "masiere" di Neresine, un paese sul Canale tra Lussino e Cherso. La terra di quelle isole era un po' simile a quella della Galilea e della Samaria: dorsali aride e sassose, vallette irrigate con piccoli oliveti, vigneti e campi cintati di muretti a secco, le "masiere" appunto, vecchia parola locale del neo-latino dalmatico. E poi il mare, come a Tiberiade, le sue insenature fantasiose, i pescatori, le reti.
Fu tra rocce e scogli e piccoli paesi di pietra che crebbe il bambino Antonio Rocchi, che sarrebbe diventato Padre Flaminio. Tra contadini e pescatori. E rimase sempre così, contadino e pescatore. Il luogo migliore per diventare francescano. La bellezza e la severità della natura; il cuore e le tribolazioni degli uomini e delle donne di una terra dura. Poi il seminario, i primi conventi. Ma arrivarono anche per Flaminio le ore della guerra e delle armi. Cappellano militare. E non solo. E altre isole: la Sardegna e la Corsica.
Lasciati i soldati, Padre Rocchi incontrò sulla sua strada di frate i "profughi". Ed erano i "suoi" profughi. Parlavano il suo dialetto. Venivano da dove lui veniva. Erano migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia. Come stormi di uccelli che non sapevano dove posarsi. E che nessuno voleva. Flaminio andò loro incontro. Li andò a cercare: nei campi-profughi; tra i prigionieri che tornavano dall'India e dalla Russia, dal Sudan e dalla Germania; anche negli ospedali e nei manicomi, relitti di una tempesta senza nome che era passata su di loro.
E con umiltà, coraggio, determinazione li convinse ad affrontare il destino, a restare in piedi, a guardare avanti. E convinse chi non capiva del perché esistevano. Chi erano. Che cosa avevano lasciato. Quale libertà inseguivano. E iniziò tra loro e tra chi li doveva ospitare il suo singolare apostolato. Pastore dei suoi fratelli, che il sentimento naturale della patria terrena gli aveva affidato. E fu conforto il suo nelle privazioni, nelle umiliazioni, nelle incomprensioni che seguivano alla persecuzione già patita, nel dolore nuovo dell'esilio, delle separazioni.
Perché quegli erano gli anni in cui la violenza degli Stati e l'arbitrio delle ideologie separava senza riguardi i gruppi familiari. Sceglievano loro chi doveva andarsene, chi doveva morire e chi doveva restare. Chi era italiano e chi slavo. E chi per una ragione, o per il suo contrario, doveva restare se non voleva o andarsene se avesse voluto restare. E così si svuotarono città intere, e campagne e paesi.
Uno dei primi impegni di Padre Flaminio fu proprio il ricongiungimento dei nuclei familiari. A cominciare dalla famiglia della sorella, rimasta imprigionata nel sistema concentrazionario iugoslavo.
Incontrò anche diffidenze e rimproveri nei suoi stessi ambienti ecclesiastici, Padre Rocchi, per l'eccessivo impegno nei confronti degli esuli, che lui cercava di spiegare che erano il "suo" prossimo, quello che il Signore gli aveva messo davanti.
Conosceva le famiglie di tutti. Conosceva le nostre città, chiesa per chiesa, calle per calle, campiello per campiello. E le descriveva con minuzioso amore, ricordandone il suono delle campane: San Mauro e San Nazario, San Tommaso e San Vito, Santa Anastasia e San Simone.
E ne conosceva la storia: perché dietro le reti e le vele delle battane, come quelle che stanno qui, a lato dell'altare, sul labaro azzurro di Neresine, vedeva i secoli che erano passati.
Padre Rocchi era un "padre Cristoforo" degli esuli. Un uomo semplice, a volte brusco nel tratto. Ma aveva la cultura degli "uomini di Chiesa". Dietro le citazioni più elementari si scopriva lo spessore della dottrina, la filigrana di una catechesi sapiente che dai fatti personali arrivava all'universale del messaggio evangelico. Non per nulla si era laureato a Lovanio e a Bologna e parlava varie lingue, con naturalezza e proprietà.
Era anche "uomo di mondo" e non si lasciava sfuggire un motto salace, una "butada" maliziosa.
Per questo anche era amato, e non solo stimato. Per quello che faceva: tanto. E per quel poco di cui si vantava. Costretto a volte all'apologia della nostra associazione per respingere critiche, quasi sempre ingiuste. Anzi, per quanto lo riguardavano, ingiuste sempre.
Che se responsabilità c'erano nei ritardi, nelle battute d'arresto nell'approvazione o nell'esecuzione delle leggi a favore dei profughi, nei rifiuti più umilianti, venivano dal contesto politico.
Era amico dei "potenti", sollecitatore di "grazie". Saliva tutte le scale, con tenacia disarmante. Ma restava sempre umile e tornava a testa china al suo convento, sia che avesse vinto che se avesse perso. Una volta all'anno andava con i suoi confratelli a San Francesco nel Deserto, un'isoletta della Laguna veneziana, a ritemprare lo spirito - diceva - a "riposarsi da noi", che non gli davamo pace. Negli ultimi anni tornava nella casa del fratello, in seno alla famiglia che lo ha assistito nell'infermità.
E tampinava per Roma, a quasi novant'anni, senza mai chiedere un passaggio in auto; maestro di mezzi pubblici, di autobus e di tram, percorrendo le vie assolate o piovose di Roma con lo stesso passo e gli stessi sandali delle stradine di pietra della sua Lussino. Traghettava da Piazza della Pigna a Piazza Cairoli, sognando forse che allo sbocco di Via Monte della Farina, chissà - per un miracolo - non si scorgesse il Vallone di Cigale, con l'azzurro del golfo che brillava sotto il sole.
Adesso, che si è appena accomiatato da noi ed è tornato dal Padre, la sua anima tornerà lì, nei valloni tra Neresine e Ossero, a celebrare messa da solo, in italiano, nei piccoli cimiteri e nelle cappelline bianche in riva al mare.
Almeno adesso non glielo impedirà più nessuno.
E forse ha avuto la piccola consolazione di sapere, nelle ultime ore prima di morire, che il Papa a Fiume aveva pregato in italiano. Là, in fondo al Carnaro.

Lucio Toth
Presidente ANVGD - Roma



Cordoglio del Sindaco di Trieste Roberto Dipiazza
per la scomparsa di Padre Flaminio Rocchi

Appreso della morte di Padre Flaminio Rocchi, il sindaco Roberto Dipiazza ha inviato un messaggio di cordoglio al presidente dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, On. Lucio Toth.
"A nome della Città di Trieste e mio personale desiderio esprimere il più profondo cordoglio per la morte di Padre Flaminio Rocchi, per oltre cinquant'anni punto di riferimento spirituale ed umano per i profughi italiani dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia.
"La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile che solo la fede ci può aiutare a superare, nella consapevolezza di aver conosciuto un esempio di uomo e sacerdote, testimone di valori ed ideali che resteranno per sempre".

Roberto Dipiazza
Sindaco di Trieste






Consiglio Comunale di Trieste, seduta dell'11 giugno 2003:
commemorazione del vicesindaco Renzo Codarin di Padre Flaminio Rocchi

Il 9 giugno, a Roma, si è spento, quasi novantenne, padre Flaminio Rocchi, figura di uomo e sacerdote, punto di riferimento costante e prezioso per il popolo dell'esodo, per quelle genti istriane, fiumane e dalmate che hanno ingiustamente sofferto e sono state colpite nei loro sentimenti, nei ricordi, nei beni e nei valori più cari.
Padre Flaminio Rocchi, frate francescano, era nato a Neresine, località dell'isola di Lussino. Aveva completato gli studi sacerdotali con quelli di storia e sociologia presso l'Università di Lovanio in Belgio e con quelli di filosofia e lettere presso l'Università di Bologna. Durante la seconda guerra mondiale era stato cappellano militare nell'esercito italiano, ufficiale di un "commando" americano nell'isola della Gorgona e infine cappellano dei lavoratori sloveni in Corsica.
Per una vita ha diretto l'ufficio Assistenza dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia ed è stato presidente del Comitato di Cultura dell'Associazione per lo Studio del Problema mondiale dei rifugiati con sede nel Liechtenstein, organo consultivo dell'ONU e del Consiglio d'Europa.
Membro della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria, ha fatto parte della Commissione "Iustitia e Pax". Numerosi gli studi da lui pubblicati, oltre a volumi sulla storia delle terre dell'Adriatico orientale e di materia giuridica riguardante il problema dei diritti dei profughi.
Nel 1990 aveva creato a Roma, dove risiedeva, la Fondazione Giuliana, Fiumana e Dalmata: un centro di cultura con una biblioteca specializzata, un circolo d'incontro, una Venezia Giulia che amava definire "in miniatura per ricordare quella perduta".
Per oltre cinquant'anni, il francescano padre Rocchi è stato quindi un punto di riferimento insostituibile, una guida spirituale ed umana ed ha accompagnato e seguito come un "buon Pastore" i profughi italiani dell'Istria, Fiume e della Dalmazia. La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile che solo la fede ci può aiutare a superare, nella consapevolezza di aver conosciuto un esempio di uomo e sacerdote, testimone di valori ed ideali che resteranno per sempre.
In questo senso, un messaggio di cordoglio è stato inviato nei giorni scorsi dal Sindaco e dall'Amministrazione comunale all'on. Lucio Toth, presidente dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Roma e di riflesso ai familiari di padre Flaminio Rocchi.
In ricordo di padre Flaminio Rocchi vi invito ad un minuto di silenzio e, per chi crede, ad una muta preghiera.

Renzo Codarin
Vicesindaco di Trieste





† P. Antonio Vitale Bommarco
Arcivescovo emerito di Gorizia
Via Giulia 72 - 34126 TRIESTE


Alla carissima famiglia Rocchi,
in comunione orante, partecipo al vostro lutto per la scomparsa del caro Padre Flaminio Rocchi che voi avete amato, seguito e aiutato, specialmente in questi ultimi anni di sofferta vitalità.
Voglio raccogliere il sentimento di riconoscenza di moltissimi esuli delle nostre terre adriatiche sparsi in tutto il mondo, perché il P. Flaminio ha dedicato con amore e costanza tutta la sua vita francescana per il recupero dei beni perduti dai profughi e per seguire le estenuanti pratiche legali.
Poiché per la Beatitudine Evangelica il metro più sicuro è quello della carità, siamo certi che egli troverà una grande ricompensa nella vita eterna.
Saluto il P. Flaminio anche a nome dei sacerdoti delle Isole del Quarnaro, delle quali faceva parte e alle quali portava i contributi della sua intelligenza e cordialità.
Al saluto si unisce P. Enzo e la mia comunità francescana di Trieste.
Come esule e come francescano raccomando la sua anima al Signore per il premio eterno.

Trieste, 10-06-2003

† P. Antonio Vitale Bommarco
Arcivescovo emerito di Gorizia




Carmen Palazzolo: Presidente Comunità Chersina
Così lo ricordo io

Naturalmente lo conoscevo di fama, conoscevo i suoi scritti più importanti e avevo a poco a poco scoperto l'enorme mole di lavoro che aveva svolto a favore degli esuli e l'impegno, la passione che aveva profuso in quest'attività.   Personalmente l'ho conosciuto soltanto tre anni fa.
Subito dopo le presentazioni, sentendo che ero di Puntacroce, ricordò la stanzia che la sua famiglia possedeva vicino al mio paese natio e che, quando tornava a Neresine si recava anche a Puntacroce e, possibilmente, fino al cimitero di S. Andrea.
Fin dai primi contatti, mi diede un'impressione di energia, di forza, che mi ha confermato nell'idea che le persone della sua generazione nate nelle nostre isole sono forti come le rocce in mezzo alle quali sono nate, perché selezionate da quella natura splendida e ingrata e, nonostante essa e il duro lavoro a cui sono state sottoposte fin dalla più tenera età, sopravvissute. Mi ricordava mia madre, che ha la sua età e che ho il privilegio di avere ancora, lucidissima, con me, e certe figure femminili descritte da Nino Bracco nella sua storia di Neresine che mi hanno recentemente fatto avere.
Quando fui eletta presidente della Comunità Chersina mi scrisse "Che piacere! Una Presidente donna… e della nostra rustica Puntacroce".
Poi, al pranzo che coronò il raduno annuale lussignano dell'anno scorso, ci misero uno a fianco all'altro e, per circa due ore, parlammo di tutto: del mondo degli esuli ma anche d'altro, come l'amore coniugale, e in ogni argomento egli espresse un'apertura e una libertà di giudizio non condizionate né dall'età avanzata né dall'abito monacale che portava. Anche in questo mi ricordava mia madre, che ha continuato a stupirmi durante tutta la sua e mia lunga vita. Aveva più di ottant'anni quando un giorno mi disse: "Si continua ad imparare… e oggi so qualcosa che ieri non sapevo". La tendenza di P. Flaminio a "far partire le cose dall'alto", ad "istruire", non mi disturbava e quel giorno, a tavola, egli mi "istruì" su tante cose con la foga giovanile che metteva in tutto ciò che faceva.
A un certo punto sua sorella, che lo osservava pranzando seduta a un tavolo di fronte a noi, si alzò e venne a dirgli, un po' inquieta per quel suo manifesto spreco di energie: "Xe due ore che te parli così! Quanto te credi de poder resister ancora… " Non le rispose.

L'ho accostato a mia madre ma potrei associarlo a diverse altre figure nate nelle nostre terre, viventi e non; potrei affiancarlo ad esempio all'Arcivescovo Bommarco, a Marino Colombis, ad Aldo Policek e ad altri ancora, tutti accomunati dall'integrità morale, dalla signorilità e soprattutto da una qualità che chiamerei "forza interiore", grazie alla quale uno non si arrende e non si abbatte mai anche se potrà avere qualche momento di sconforto che gli farà fare una pausa ma, dopo questa, il cammino riprende anche con più vigore di prima. E' grazie a questa dote che gli esuli sparsisi per il mondo con quanto avevano addosso hanno riconquistato posizione sociale e sostanze facendo spesso onore a sé, all'Italia e al loro paese d'origine… a cui puntualmente ritornano: sempre col pensiero e spesso fisicamente, dopo il pensionamento o durante le vacanze. Le radici sono infatti là e si può anche esulare o emigrare altrove ma il punto di riferimento costante rimane "la terra dei padri".

Mi salutò esortandomi a continuare e facendomi tanti auguri per il lavoro intrapreso.
Non condividevo certe sue idee… ma, dal momento che non credo di possedere il "Verbo", la diversità di idee non mi ha mai impedito di rispettare chi professa queste idee diverse dalle mie con onestà e coerenza.

Mi dispiace di non averlo conosciuto prima!… Mi mancherà.
Carmen Palazzolo Debianchi





Abbiamo appreso la notizia della morte di p. Flaminio Rocchi

Se ne è andato un figlio della nobile terra dell'Istria, un uomo con una grande passione per la sua gente, un sacerdote fiero del suo ministero.

È a tutti nota la sua "opera", perché la tragedia del popolo istriano, fiumano e dalmato fosse conosciuta e occupasse nella storia un capitolo di giustizia e di verità. Le sue dettagliate ricerche, le precise argomentazioni e le accurate indagini sono il frutto di un lungo e prezioso lavoro che mette in luce la memoria e l'identità delle nostre Genti.

Ora è necessario raccogliere in eredità la fiaccola di questo suo lavoro, perché la polvere dell'oblio non faccia sbiadire una storia già troppe volte misconosciuta.

sac. Paolo Rakic