| PADRE ANTONIO VITALE BOMMARCO arcivescovo emerito di Gorizia, ci ha lasciato il 16 luglio scorso. Scompare così un grande personaggio dei nostri tempi e delle nostre terre. P. Bommarco era nato a Cherso il 21 settembre 1923 da Luigi e da Giovanna Sussich e la sua Cherso l’aveva sempre portata nel cuore. Ultimamente, vi aveva fatto costruire un rustico eremo, una “cuciza”, in cui trascorreva ogni estate più tempo possibile e in cui invitava anche “grandi” della terra, che rimanevano tutti affascinati dalla bellezza del luogo. A 11 anni era entrato nei Seminari dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali. Venne consacrato sacerdote l’8 dicembre 1949. Passato al convento di S. Pietro di Barbozza, ebbe modo di farsi apprezzare come superiore della casa, direttore spirituale e predicatore. Le sue doti di organizzatore geniale e coraggioso emersero però quando, nel 1961, venne chiamato a dirigere la Casa Editrice “Messaggero di Sant’Antonio di Padova”. E’ suo merito l’attuale impianto tipografico ed editoriale di Noventa Padovana. Per due trienni successivi, dal 1964 al 1972, ricoperse l’incarico di Ministro Provinciale della Provincia Patavina dei Frati Minori Conventuali, che comprende attualmente la Lombardia e il Veneto. Dal 1965 al 1972 presiedette la “Conferenza Mediterranea” dei Ministri Provinciali e nel maggio 1972 venne eletto in Assisi Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali. In questa carica venne confermato per altri sei anni nel 1978 ma, prima della fine del secondo mandato, venne nominato Arcivescovo di Gorizia. Del periodo come Generale dell’Ordine vanno ricordate le storiche ricognizioni, da lui volute, delle spoglie di S. Francesco e di S. Antonio, iniziative che hanno consentito agli scienziati e ai fedeli di conoscere più a fondo i due grandi santi della povertà e dell’evangelizzazione. Promosse inoltre la canonizzazione del confratello San Massimiliano Kolbe, riconosciuto dalla Chiesa quale “martire di carità” anche grazie alla sua caparbietà e intuizione. Durante questo periodo egli ebbe inoltre modo di viaggiare molto per visitare le diverse realtà francescane sparse per il mondo, a cui impresse nuova vita con l’apertura di dieci nuove Missioni. Nel 1982 venne nominato Arcivescovo di Gorizia e Gradisca. Ricevette la consacrazione in San Pietro per le mani di Papa Giovanni Paolo II il 6 gennaio 1983, festa dell’Epifania. Fece solenne ingresso nell’arcidiocesi isontina il 6 febbraio, iniziando il cammino da Aquileia, antica sede della plurimillenaria chiesa e poi centro dell’omonimo patriarcato: alla sua prestigiosa storia, al suo patrimonio di civiltà e culto cristiani, alla sua splendida basilica, l’arcivescovo Bommarco dedicò per vent’anni tante energie, contribuendo in modo significativo al restauro e riassetto della monumentale basilica, in particolare dei mosaici pavimentali, della cripta, dell’aula battesimale, realizzando pure il nuovo organo. Quale pastore dell’arcidiocesi di Gorizia, S. E. Monsignor Bommarco, sempre con stile francescano, si coinvolse moltissimo con quella realtà ecclesiale, civile, culturale, etnica e umana, preoccupandosi delle situazioni concrete delle persone e delle famiglie, del lavoro, per superare nella proiezione della nuova Europa le negative conseguenze indotte dall’innaturale confine che aveva diviso Gorizia nel secondo dopoguerra e allacciare contatti con le Chiese d’oltreconfine (come l’avvio della tradizione del pellegrinaggio-incontro al Santuario di Montesanto con la diocesi di Koper, Capodistria); egli si occupò inoltre dello sviluppo e della valorizzazione del patrimonio di storia, arte e tradizioni della città e dell’insigne Chiesa Goriziana. Fra i molteplici suoi interventi si ricordano i restauri del Palazzo Arcivescovile, la realizzazione di una casa di accoglienza per sacerdoti anziani e ammalati, il deciso orientamento in favore della scuola cattolica con la fondazione e gestione da parte dell’arcidiocesi del Liceo Linguistico “Paolino d’Aquileia” e della Scuola Media “C. M. d’Attems” nei locali del seminario arcivescovile, il progetto del nuovo museo diocesano, la coraggiosa realizzazione ed istituzione del monastero di clausura delle Clarisse a Gorizia (“perché ci sia qualcuno che prega anche per chi non lo fa”), il sostegno alle parrocchie nei restauri degli edifici sacri e nella realizzazione di ricreatori e strutture comunitarie. E non va dimenticata l’istituzione di un unico Seminario interdiocesano Udine-Gorizia-Trieste per la formazione delle vocazioni al sacerdozio. Nel 1996 l’arcivescovo Bommarco indisse il secondo Sinodo della Chiesa Goriziana, convocando per due anni le sue varie articolazioni allo scopo di dare nuove risposte alle necessità pastorali dell’arcidiocesi e del territorio isontino. |
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| Padre Bommarco in veste ufficiale (con la Croce preziosa dell'imperatrice Maria Teresa) |
| Padre Bommarco Nella Sala Clementina in Vaticano per l'Udienza del Papa con il nuovo Ministro Generale; si intuisce nel sorriso del Pontefice il riconoscimento di un amico di vecchia data.... quando da Generale dell'Ordine lo incontrava nella sua Cracovia |
| Padre Bommarco tra i bambini dell'Asilo Maria Immacolata di Monfalcone |
| Padre Bommarco in saio, in visita ad un convento |
| Padre Bommarco con don Maurizio, a Vienna nel 2003, in occasione della causa di beatificazione di Padre Marco D'Aviano |
| Lasciata per limiti di età la guida dell’arcidiocesi nel settembre 1999, Monsignor Bommarco ha trascorso la quiescenza a Trieste presso il Convento Francescano di via Giulia, dedicandosi alla preghiera, allo studio, all’aiuto della locale comunità di frati, all’esercizio del sacro ministero dove richiesto, senza comunque perdere di vista numerosi progetti ed obiettivi che gli stavano a cuore, tra i quali le cause di canonizzazione del Beato Odorico da Pordenone e di beatificazione di Padre Placido Cortese, nonché le diverse problematiche e programmi sociali e culturali della Comunità Chersina “F. Patrizio”, di cui fu tra i fondatori e presidenti. Il 16 luglio 2004 ci ha lasciato. Si è spento serenamente nella casa di riposo e di recupero per sacerdoti anziani di S. Pietro di Barbozza che lui stesso anni prima aveva fondato. A causa di una grave infezione turbecolare contratta da giovanissimo, a cui si aggiunsero altre malattie non meno importanti, come la malaria presa mentre era in visita ad una missione francescana in Kenia, ebbe per tutta la vita una salute malferma in contrasto con l’aspetto vigoroso e lo spirito indomabile. Tuttavia non si lasciò mai condizionare da tutto ciò; si sottopose sempre con coraggio alle terapie necessarie e fino all’ultimo giorno sperò di recuperare le energie necessarie per portare a termine i numerosi progetti che aveva in testa. Amava infatti dire: «Sono un giovane ottantenne che desidera ancora lavorare fino a quando il buon Dio vorrà». Il corpo, non lo spirito, l’ha infine tradito… I funerali sono stati grandiosi e suggestivi, pur nella francescana semplicità, per la grande affluenza di pubblico religioso e laico di ogni ceto; si sono svolti il giorno 19, di mattina a Padova nella Basilica di S. Antonio, alla quale P. Antonio Vitale era legato da affetto sia per l’amore e la devozione al Santo sia per l’appartenenza alla Provincia Patavina, e nel pomeriggio nella patriarcale Basilica di Aquileia, a lui carissima perché culla del cristianesimo in quella Regione e oggetto delle sue cure episcopali, presenti i Vescovi del Triveneto e di alcune diocesi di Croazia e Slovenia. La sua salma subito dopo è stata trasportata a Gorizia e tumulata nella cripta della chiesa cattedrale. Padre Bommarco è stato un frate e un vescovo che ha costruito ponti, in una passione universalistica del suo cuore francescano aperto al mondo. Il suo desiderio di estendere il patrocinio dei santi Ermacora e Fortunato a tutta la Regione Friuli-Venezia Giulia si è inscritto nel disegno di riscoprire il ruolo storico di mediazione fra Oriente e Occidente europeo del territorio. Un ruolo più che mai fondamentale per il momento storico che stiamo vivendo. Adattamento della biografia di Walter Arzaretti, già membro della segreteria dell’arcivescovo Bommarco Egli è stato un grande personaggio dei nostri tempi e delle nostre terre, una personalità complessa, poliedrica, di cui le molte persone che sono venute in suo contatto hanno spesso conosciuto soltanto qualche aspetto. Per rendergli il dovuto omaggio riporteremo dunque le testimonianze di più persone, come ha fatto “Voce Isontina”, l’organo dell’arcidiocesi di Gorizia. |
| P. Antonio Vitale Bommarco Arcivescovo Emerito di Gorizia, ci ha lasciato |
| LE TESTIMONIANZE “da te stesso agli altri, questo è Amore” Dall’omelia del Ministro Provinciale Padre Luciano Fanin al funerale di P. Antonio Vitale Bommarco a Padova ……………………. La prima considerazione che mi viene spontanea, è questa: “Era un superiore nato”, aveva cioè il carisma del servizio dell’autorità. Lo ha esercitato per quasi tutta la vita. Ha iniziato questo suo ministero a 29 anni a S. Pietro di Barbozza nel 1952, e lo ha terminato nel 1999 a Gorizia, a 76 anni, lasciando il governo della diocesi, dopo averla amata come pastore e guida per sedici anni. Nel suo ministero aveva una non comune capacità di proposta, di dialogo, di ascolto, di guardare avanti con speranza. Non si fermava di fronte alle differenze di idee e di valutazioni, ma alla fine - tenendo conto del parere dei fratelli - arrivava sempre a decidere e a proporre un percorso con lungimiranza e saggezza. Sapeva accettare con spirito costruttivo anche le stesse sconfitte e le battute di arresto, riconoscendo di essere andato oltre! ………………………. Un secondo aspetto molto evidente in P. Antonio Vitale è stato l’amore e la dedizione alla famiglia francescana e a quella conventuale in particolare. Lo si coglieva in mille occasioni: dall’impegno con cui ha servito agli inizi le comunità come guardiano (a S. Pietro di Barbozza e alla comunità del Messaggero a Padova); poi come ministro provinciale, animando e guidando la Provincia nei tempi migliori del suo sviluppo e del suo consolidarsi; infine, come ministro generale del nostro Ordine nei tempi del “dopo Concilio”, ricchi di speranze e di aperture missionarie, ma anche difficili da incanalare nel giusto solco del magistero e del dettato conciliare. Aveva un amore particolare per il saio francescano e aveva chiesto di poterlo usare anche da vescovo, suscitando qualche perplessità in alcuni. Ha desiderato di essere rivestito del suo abito religioso anche per il suo ultimo viaggio verso il cielo, ed è stato esaudito! Il profondo legame con la sua Provincia religiosa è balzato all’evidenza anche nell’ultimo periodo della sua vita, quando ha chiesto di poter rientrare in uno dei nostri conventi; e di fatto nel 2001 lo troviamo “di famiglia” nel convento di s. Francesco a Trieste. …………. un’altra forte caratteristica nel nostro fratello vescovo è stata l’amore alla Chiesa, aspetto messo particolarmente in luce negli anni del suo ministero nell’arcidiocesi di Gorizia. Nel messaggio di saluto ai fedeli della diocesi così si esprimeva. “Personalmente sento la gioia di innestarmi nella tradizione e nella storia più bella di queste terre: di Aquileia, porta romana e cristiana dell’Oriente europeo; di Grado, che con amore e con fierezza custodì per alcuni secoli la fede Aquileiese; di Gorizia, che nell’evo medio e moderno raccoglie l’eredità di Aquileia e Grado per continuare ad essere nuova amalgama di genti e di civiltà diverse e ponte agevole verso l’Europa. La Chiesa isontina, figlia di Aquileia, si sente ad essa legata da una profonda eredità spirituale che tutti noi siamo chiamati a sviluppare e valorizzare…. C’è un altro aspetto che – come un filo d’oro – ha collegato il cammino terreno del nostro fratello p. Antonio Vitale, ossia la sua filiale venerazione alla Vergine santa. Anzitutto a partire da alcune date della sua vita: emette la professione temporanea l’8 settembre, festa della Natività di Maria SS.; viene ordinato sacerdote l‘8 dicembre, solennità dell’Immacolata Concezione; muore il giorno 16 luglio, memoria della B.V. Maria del Monte Carmelo. Ma inoltre si può dire che S. Pietro di Barbozza, convento intitolato all’Immacolata di Lourdes, è stato come il porto di partenza del suo ministero e l’approdo della sua esistenza terrena, un luogo che p. Vitale amava in modo tutto particolare. Per la festa dell’11 febbraio si è sentito come interiormente obbligato – se si può dire così – ad essere presente per celebrare l’Immacolata Madre nostra, e di fatto molte volte è salito al santuario tanto amato. C’è un particolare che vorrei ricordare. Lo scorso 30 giugno, al termine della lunga degenza all’ospedale di Padova, è stato accompagnato a Barbozza per la convalescenza, nella speranza di un ulteriore recupero della salute. Prima di salire alla sua camera, ha chiesto di entrare in chiesa per fermarsi qualche istante in silenzio e in preghiera davanti alla cara e tanto a lui familiare immagine della Madonna di Lourdes. Non sappiamo quali siano stati i suoi pensieri, ma possiamo immaginare i suoi sentimenti di figlio che, dopo tante fatiche e sofferenze, finalmente poteva restare accanto alla Madre, a Maria, per affidare a Lei gli ultimi suoi giorni. Due anni fa, non potendo partecipare alla celebrazione annuale per motivi di salute così scriveva: “Ai cari malati e a tutti i fedeli amanti di questo santuario dell’Immacolata! Spesse volte devo scusarmi per non poter partecipare a tanti inviti, ma oggi 11 febbraio mi sento non solo presente ma profondamente inserito in mezzo a voi, malati e sani, per offrire attraverso l’Immacolata tutte le nostre sofferenze a Cristo Salvatore. Mi sento inginocchiato con voi dinanzi alla nostra bella “Madonnina” per sentire da Lei le parole rivolte a Bernadette: «Non ti prometto di renderti felice in questo mondo ma nell’altro». Amiamo l’Immacolata: essa ci renderà felici!” Ho seguito di persona le ultime settimane di vita del nostro amato fratello – assieme alla sorella Gianna e a fra Francesco. Sono stati giorni intensi a livello umano e spirituale. Abbiamo imparato come accogliere il dolore e la malattia e come affidarsi e consegnarsi al Signore. L’ho visitato molte volte durante il ricovero nel reparto di rianimazione di Padova. Ricordo uno dei momenti più commoventi, quando gli ho comunicato che il Santo Padre, informato della sua situazione critica, “si sentiva particolarmente vicino a lui… e desiderava fargli pervenire un’affettuosa parola di spirituale vicinanza, incoraggiandolo a scoprire nelle circostanze attuali l’amore dell’Altissimo Signore”. In quei giorni p. Vitale parlava a fatica, e riusciva solo a sussurrare alcune parole. Con gli occhi e il volto illuminati, così rispondeva: “Offro tutto: malattia, sofferenza… per il Santo Padre e la Chiesa!… Fategli giungere questo mio messaggio”…. P. Antonio Vitale lascia ai frati della sua Provincia un “mandato” – come era nel suo stile: portare a termine l’iter per la beatificazione del p. Placido Cortese, “martire della carità”, come lui nativo di Cherso, come lui direttore del messaggero di S. Antonio. E lascia ai frati della Provincia e alla diocesi di Udine il mandato di concludere il processo canonico per la canonizzazione del beato Odorico da Pordenone. Cercheremo di fare la nostra parte! _________________________ di don Maurizio Qualizza, parroco di Gradisca d’Isonzo, che fu per 7 anni segretario personale del arcivescovo Bommarco e gli rimase legato come un figlio Carissimo Padre, è ormai entrata nel parlare usuale l’immagine di don Tonino Bello “collocazione provvisoria” riguardante il Crocefisso, o meglio i patimenti di Cristo e dei suoi amici, ma la Tua ci è sembrata una provvisorietà ad oltranza… che durava da oltre cinquant’anni. A volte anche per noi Tu sei stato un mistero insondabile, eppure avevi una fortezza, una fede cieca, totale che comunicava a noi tanta sicurezza… Fino alla fine hai fatto tue le parole di San Massimiliano Kolbe presenti nel tuo motto episcopale: “da te stesso agli altri, questo è Amore…”. Non eri di tante parole, ma mai come in questi ultimi tempi era il tuo sguardo, erano gli occhi a parlare, anche se a volte velati di lacrime…… In ciò che lasci a questa tua Chiesa, a questa terra bagnata dall’Isonzo (tante ma non esagerate opere) c’è un filo rosso che tutte unisce, la memoria per la storia, l’impegno per i giovani, la solidarietà con gli ammalati, la necessità della contemplazione…è il tuo Testamento spirituale….! Hai iniziato il tuo cammino a 29 anni sotto lo sguardo dell’Immacolata di S. Pietro di Barbozza e lì, sotto lo stesso sguardo, l’hai portato a pienezza…, ma tra queste due date quanto amore, quanta passione per il vangelo… quanta sofferenza che a noi a volte pareva assurda. Ora però, il mistero di quest’umano dolore ha ceduto il posto alla verità della grazia e della Vita… Tra poco il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali e… il sole della tua Pasqua con Cristo irromperà tra le nuvole in fuga… Anche a nome dei tuoi fratelli, della sorella, dei tuoi cari, di coloro che sono entrati nei tuoi affetti: Grazie!... Ciao, Padre! Saluto espresso il 19 luglio nella Basilica di Aquileia, durante la cerimonia funebre _______________________ di don Renato Nucera, diacono permanente della diocesi di Gorizia «Già prima della mia ordinazione diaconale, il Padre mi aveva accolto, assieme alla mia famiglia, nella sua vita – ricorda Renato, diacono permanente della diocesi di Gorizia; - piccole attenzioni anche con il piccolo Matteo, che mai ha dimenticato, con sorrisi bonari di accondiscendenza o di rimprovero, con la sua sensibilità nei confronti della famiglia. Il giorno in cui sono stato ordinato diacono permanente non lo scorderò mai – aggiunge Renato.- Padre Antonio poneva le sue mani forti e dolci sul mio capo e non volevano staccarsi da esso, quasi a voler trasmettere, oltre al dono dello Spirito Santo, anche la sua tenacia, la sua caparbietà, il suo amore per le persone, il suo amore per la Chiesa. Da quel gesto liturgico scaturiva tutta la paternità del Padre nei miei confronti, il bene che mi voleva, che voleva alla mia famiglia, la sua dolcezza, la sua gioia per me che stavo diventando un suo figlio. Da quel momento ho sempre cercato che la fiducia che il mio vescovo aveva posto in me, non venisse mai meno, perché sapevo delle sue attese per questo ministero ancora tutto da scoprire e che lui ha voluto reinserire nella sua diocesi con lungimiranza e giovinezza di spirito». «Dopo quel giorno – continua Renato - ho avuto la grazia di poterlo “servire”, come diacono, in varie occasioni; era sempre così piacevole, in semplicità, il Padre non ti faceva mai sentire in difficoltà, con un piccolo sorriso accettava i tuoi errori, e per me sembrava di stare con il mio papà e sono sempre stato contento di dirgli di sì, sostenuto e condiviso dalla mia famiglia, anche quando mi ha chiesto se fossi stato disposto a trasferirmi a Gradisca». Testimonianza già pubblicata su “Voce Isontina" _________________________ Di Padre Enzo Poiana, Guardiano del convento francescano di via Giulia, a Trieste, dove l’arcivescovo Bommarco passò il periodo di quiescenza Quando P. Bommarco ha lasciato la guida della diocesi isontina mi sono premurato di portargli le chiavi del convento, perché sapesse che in qualunque momento avesse deciso di venire a Trieste non avrebbe dovuto suonare alla porta. Questo perché immaginavo che un frate vescovo avesse bisogno di sentire che c'era sempre la sua famiglia d'origine pronta ad accoglierlo. Di questo gesto lui mi è stato sempre grato. Due anni dopo la consegna delle chiavi, terminati i compiti che il nuovo Arcivescovo gli aveva chiesto di continuare ad espletare, mi telefonò e mi chiese se ero d’accordo che facesse richiesta al Ministro provinciale di essere posto "di famiglia", secondo il linguaggio proprio dei frati, da noi a Trieste. Io gli risposi di sì. Devo confessare che il mio sì, come la consegna delle chiavi precedentemente, sono stati sofferti, perché un certo timore mi angustiava, cioè che la forte personalità del Padre non mi consentisse di svolgere adeguatamente e serenamente il mio ruolo di guardiano della comunità dei frati e di parroco. Preso il coraggio a due mani affrontai subito il discorso con lui. Mi tranquillizzò dicendomi che lui avrebbe fatto il frate e che io ero il suo guardiano. Questo lo diceva a tutti quando mi doveva presentare, e dopo ci scherzavamo sopra. Il tempo vissuto insieme, cioè dal Natale del 2001, mi ha consentito di apprezzare ancora di più la sua personalità, con la quale mi sono anche scontrato qualche volta perché cercava di imporsi nelle scelte da fare. Scherzando gli dicevo: "ma chi se che comanda qua!", e lui sapeva rientrare con la sua richiesta per magari ripresentarla successivamente. Ho conosciuto veramente un uomo senza paraventi, che si esponeva personalmente e si caricava anche di colpe non sue per coprire gli altri. Un uomo che aveva cinque soluzioni per un problema, che guardava con realismo pieno di speranza la realtà di ogni uomo, come la sua; che sapeva incontrare il povero ed il ricco, la persona socialmente e culturalmente elevata come quella semplice e sempliciotta. Non disdegnava di fermarsi con nessuno. Quando, al termine della Messa esequiale nella Patriarcale Basilica di Aquileia sono stato chiamato, insieme ad altri sette sacerdoti della diocesi di Gorizia ordinati come me da lui, a trasportare fuori la bara, passando attraverso la navata della chiesa ho sentito i vari saluti della gente che toccava idealmente ancora il suo corpo (era un uomo che si lasciava toccare anche fisicamente): ciao Padre, ciao amico mio, ricordati di me... Ho pianto nel sentire quei saluti, perché esprimevano una intensità di amore e devozione per un uomo, che con tutti i suoi limiti, ha fatto di tutto per amare tutti donando se stesso. Padre Antonio Vitale ha vissuto anche la sofferenza dell'incomprensione, ma in questi anni in cui abbiamo vissuto assieme l'ho sentito raccontare di vicende, a volte per me assurde, che lo hanno interessato con un distacco verso i fatti e con una serenità verso le persone che mi facevano venire un po' di santa invidia. Giunto a Trieste, mai dimenticando il legame sponsale con la sua Chiesa isontina, si è messo al servizio di questa comunità parrocchiale, interessandosi dei problemi della comunità, come di quelli delle persone che a lui si rivolgevano, rendendosi disponibile alle richieste che il sottoscritto gli faceva con spirito di servizio. Ho conosciuto il malato P. Antonio Vitale. Durante le sue crisi respiratorie, come ultimamente con la chemioterapia, diceva sempre di star bene, era sempre felice di vivere e di operare, mai depresso, sempre con lo spirito in alto, sempre pronto a pensare agli altri e poco a se stesso e ai suoi problemi. Diceva che fin che il Signore ti dà vita, bisogna vivere e non sopravvivere ed era contento di stare con noi, perché non si sentiva in pensione, ma un frate vescovo occupato e non più preoccupato. Ho conosciuto anche le tantissime persone che lo amavano, i preti che lo stimavano perché erano entrati nel suo cuore e lui nel loro, perché questo è il segreto per conoscere una persona e per amarla. Se si rimane alla "scorza" non si può amare che la scorza, se si va al cuore si ama ciò che Dio stesso ama di una persona, cioè il suo cuore. Testimonianza pubblicata su “Voce Isontina” ______________________ Di Carmen Palazzolo Debianchi, presidente della società “F. Patrizio” della Comunità Chersina Testimonianza pubblicata su “La Nuova Voce Giuliana”, organo dell’Associazione delle Comunità Istriane e su Voce Isontina” La Comunità Chersina, di cui l’arcivescovo Bommarco era stato cofondatore e per lunghi anni Presidente, era la sua seconda famiglia. La prima famiglia era infatti quella in cui era nato, composta da ben nove figli e che, nel tempo, coi matrimoni dei fratelli e la nascita dei figli delle diverse coppie, divenne numerosissima. Seguì sempre con grande affetto ed attenzione tutti i membri di questa sua grande famiglia di cui celebrò possibilmente tutti i riti religiosi, e in particolare battesimi, matrimoni,… funerali. Gli incontri con i compaesani erano per lui momenti di rilassamento, durante i quali salutava tutti con un abbraccio, si intratteneva affabilmente coi presenti, chiedeva notizie degli assenti e mandava loro i suoi saluti. Amava le ricorrenze ed avviò gli incontri nella città natale dei chersini sessantenni, che si ripeterono poi ogni cinque anni. L’anno scorso festeggiò il suo ottantesimo compleanno coi familiari, con gli amici di Padova, con altri e, a coronamento del tutto, proprio nel suo giorno genetliaco, furono gli amici goriziani ad offrirgli una grande festa proprio a Cherso con la S. Messa nel Duomo in cui era stato battezzato concelebrata dai sacerdoti italiani e croati presenti in italiano e croato. Tutto ciò perché aveva un grande senso dell’amicizia. Diventare suoi amici significava entrare nel suo cuore. Ti dava subito del tu, ti offriva la sua confidenza e fiducia e non dimenticava le date dei tuoi onomastici ed altre che ti riguardavano. Il giorno prima di morire, mi telefonò per augurarmi “Buon Onomastico”. Sapeva scegliere senza pregiudizi i suoi collaboratori non diede infatti mai nessuna importanza al fatto che io non fossi “religiosa praticante”, cosa che gli avevo fatto presente fin dal nostro primo incontro e mi concesse sempre piena fiducia. Per tutte queste cose fu molto stimato ed amato ma… in caso di divergenze di idee, poteva essere un duro avversario che però, dopo aver tentato con ogni mezzo lecito di raggiungere il risultato secondo lui giusto, se non ci riusciva non serbava alcun rancore e continuava il dialogo col vecchio avversario come se niente fosse accaduto. Mi sorprendeva sempre la sua premurosa gentilezza, grazie alla quale era spesso lui a farmi per primo gli auguri di Buon Natale e di Buona Pasqua o a farsi vivo per primo al ritorno in convenuto da uno dei ricoveri ospedalieri, ultimamente frequenti. Fu così anche dopo l’ultimo aggravarsi della sua malattia, cui conseguì una lunga degenza a Padova, prima in rianimazione e poi in fisiopatologia respiratoria. Infine fu dimesso e spedito a S. Pietro di Barbozza per il recupero fisico, da dove prima che io avessi il coraggio di chiamarlo, una mattina alle otto mi chiamò dicendomi: “Sono resuscitato!” Per la Comunità dei chersini esuli, che si è costituita in società per iniziativa sua e di alcuni altri eminenti chersini assumendo il nome di uno dei suoi figli più illustri: Francesco Patrizio, egli era la figura carismatica di riferimento attorno alla quale e alla sua numerosa famiglia le persone esulate dal paese si riunivano in alcune date significative come la festa del patrono del paese, S. Isidoro, del 2 gennaio, il raduno annuale, la festa della Madonna di S. Salvador di metà agosto. Mai egli era mancato a questi incontri per santificarli con la celebrazione della Santa Messa e per ricordare assieme ai parenti ed agli amici il luogo natio e le persone con amore, nostalgia e… progettualità, perché non era certo persona ripiegata sul passato. Così, affiancato da valenti collaboratori, si preoccupò di diffondere, conservare e difendere dalle falsificazioni la storia di Cherso curando o sollecitando la pubblicazione di libri ed opuscoli su di essa, alcuni dei quali importantissimi, come “Le Note Storiche Geografiche Artistiche su Cherso” di Nicolò Lemessi, 5 volumi di grande formato editi nel 1979 a cui si sono ultimamente aggiunti gli interessantissimi libri di Luigi Tomaz: “Ossero e Cherso nei secoli prima di Venezia”, “Mura torri porte della magnifica Comunità di Cherso”, “La galìa chersana” fino a quello uscito quest’anno, “Nell’Adriatico nell’antichità e nell’alto medioevo, da Dionigi di Siracusa al duca Orseolo”. Tomaz ha però in programma altri scritti sulla vita civica di Cherso. La Comunità ha curato però anche la pubblicazione dei soprannomi chersini (N. Orlini, 1979), dei proverbi dell’isola di Cherso (Mitis, Fillini, Tomaz, 1985), di una sorta di vocabolario intitolato florilegio chersino (N. Orlini, 1982, 2002) oltre alle poesie dialettali di Aldo Policek. Ma la pubblicazione forse più importante è “Comunità Chersina, foglio dei chersini e dei loro amici”, periodico quadrimestrale giunto ormai al suo 71° numero e che, con le su mille copie di tiratura, spedite in Italia, Stati Uniti d’America, Australia e ovunque nel mondo i chersini esuli hanno fissato la loro dimora, è un importantissimo mezzo per la diffusione, conservazione e difesa della storia di Cherso e delle sue tradizioni. Il giornale riscuote un grandissimo successo e raccoglie sempre nuove adesioni e collaborazioni. Nel 2003 P. Bommarco ha curato la rilegatura dei primi 63 numeri, che abbracciano il periodo 1977/2001, editi nel grande formato allora in uso. Ne è uscito un interessante spaccato della storia di questa piccola società, da cui si rileva il passaggio dal piacere dello stare assieme con nostalgia e rimpianto per i tempi andati all’accettazione della situazione col ritorno al paese natio almeno durante le vacanze estivo, al recupero del rapporto coi rimasti, alla presa di coscienza della pluralità delle motivazioni dell’esodo e del non esodo, al riconoscimento dell’esistenza nell’isola degli elementi slavi,… ai tentativi di coinvolgimento dei giovani perché questa pagina della storia italiana continui a vivere nella memoria degli italiani e nel mondo, tramite Internet. Per il suo carattere forte e la sua direttività, suscitò anche malumori ed avversioni ma sono le sue qualità umane, di persona attenta e sensibile oltre che tutto ciò che ha fatto, che fanno di lui un grande personaggio dei nostri tempi e delle nostre terre. Dalla testimonianza pubblicata su“Voce Isontina” ……………….. A Cherso, l’annuncio del decesso di P. Antonio Vitale Bommarco non è stato dato dalla radio, dalla televisione o dai giornali, quelli sono venuti dopo, ma dal suono delle campane “a morto”, come una volta. Come sempre, le persone si sono affacciate alla finestra o sono scese in strada domandando l’un l’altro “Chi xe morto?”………………… Consapevole del fatto che non si può tornare indietro e che il tempo è passato, P. Bommarco, pur sapendo che avrebbe potuto essere mal interpretato da esuli e “rimasti”, a partire dal n. 47 di “Comunità Chersina”, del nov.1999, avviò un discorso nuovo. Dopo aver richiamato alla memoria la storia di Cherso in cui, per secoli, sotto Venezia e sotto l’Austria, prima dei nazionalismi esasperati del XIX secolo, italiani e croati convissero sempre pacificamente, come accade e deve accadere nelle aree di confine, nel rispetto reciproco necessario per costruire la vera crescita dei popoli, parlò di riconoscimento delle diverse motivazioni dell’esodo e del non esodo e della sofferenza dei “rimasti”, diventati stranieri in casa propria, e di altre tematiche riguardanti il mondo della diaspora istro-dalmata. Si avviò così un dialogo fra esuli e rimasti che, all’inizio del 3° millennio, deve domandare il riconoscimento dei diritti conculcati ma senza polemiche e condanne; riscoprire “in loco” lingua, cultura, dialetto e tradizioni; creare collegamenti tra le comunità in Italia e nelle isole; innamorare figli e nipoti della storia e della bellezza delle loro terre d’origine assumendo come motti: “purificare la memoria, discernere il presente, guardare con fiducia al futuro”. Sono tematiche che la redazione continuare ad elaborare e diffondere dalle pagine del suo giornale e di altri. Nel mondo dei chersini esuli io sono arrivata molto più tardi, chiamata prima a collaborare alla redazione del giornale, poi alla presidenza, in seguito al suo esplicito desiderio di passare ad altri il testimone della guida della Comunità, compito nel quale mi è sempre stato di aiuto e sostegno. Mi mancherà! |
| Una veduta della Basilica di Aquileia durante i funerali dell'arcivescovo Bommarco il 19 luglio 2004 |
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| ________________________________ Testimonianza di Meyra Moise, coetanea chersina di P. Bommarco Vorrei ricordare il caro, indimenticabile P. Vitale, con le parole che mi disse un giorno durante le vacanze dell’anno 2000. Un tempo – così iniziava – c’era la pausa estiva che aiutava a riflettere; molti approfittavano dell’estate per mettere nella valigia qualche libro che aiutasse a riflettere. C’era l’abitudine di immergersi nella contemplazione della natura o di fermarsi di fronte ad un paesaggio per meditare (e di paesaggi meravigliosi Cherso è ricchissima!). Era bello ascoltare il mormorio del vento, delle onde marine, della pioggia o farsi penetrare dal silenzio. Oggi le vacanze sono diventate un “tour de force” massacrante e assordante. Dati statistici dicono che, tornando dalle vacanze, la gente si sente stanca, sfinita… Il Papa, mentre si trovava in Val d’Aosta quest’estate, ad un gruppetto di persone, con le quali aveva recitato l’Angelus, diceva che solo nel silenzio l’uomo riesce ad ascoltare nell’intimo della coscienza la voce di Dio, che veramente lo rende libero. Le vacanze possono davvero aiutare a riscoprire e a coltivare questa indispensabile dimensione interiore dell’esistenza umana. Ricordiamolo quando ritorneremo a Cherso, sarà il modo migliore per dire a P. Vitale quanto bene gli abbiamo voluto! ___________________________________ |
| Un segno di speranza e di luce testimonianza Carissimo Direttore (Padre Luciano), dopo aver tanto riflettuto sull’opportunità di questo mio scritto, sono giunto alla decisione di portare la bella testimonianza di quanto ho vissuto, come un segno di speranza e di luce arricchente questo Natale. Questo non solo per la grande Famiglia del “Messaggero di Sant’Antonio”, ma anche per la Comunità religiosa dei Frati Minori Conventuali. Mi sento di casa al Santo e nella famiglia Conventuale pur essendo sacerdote diocesano, questo anche lei lo sa a motivo di aver avuto il privilegio di esser stato per sette anni segretario particolare di Padre Antonio Vitale Bommarco, mio arcivescovo di Gorizia e suo illustre predecessore, tra le altre responsabilità assunte nell’Ordine, alla direzione del Messaggero. L’otto ottobre scorso ho affrontato il delicato intervento del trapianto del fegato al Policlinico Universitario di Udine, una cosa inattesa, pur sapendo da tempo che questa era la prospettiva “obbligata”. Inattesa in quanto la possibilità di detto intervento non era facile a motivo della mia appartenenza ad un gruppo sanguigno raro. Ma vengo alla mia testimonianza. Da tre anni in qua Padre Antonio Vitale si dimostrava attentissimo alla mia situazione, mi incoraggiava per convincermi a fare con serenità questa scelta, ogni volta che lo visitavo –anche ultimamente all’ospedale di Padova- mi precedeva sempre nel chiedermi:”Come va?..e il tuo fegato…?”. Mi aveva telefonato persino il giorno prima di morire…il 15 luglio scorso solo per dirmi “ti sono vicino”. Ebbene il 6 ottobre, trovandomi in città, a Gorizia, sono entrato nella Cattedrale e sono sceso nella Cripta degli Arcivescovi dov’è la sua tomba. Ero solo e questo mi ha permesso di parlare con lui ricordandogli le sue sofferenze e manifestandogli a riguardo i miei “perché Signore?”. Poi gli ho confidato il mio stato che peggiorava, le miei paure, la mia poca fede al contrario della sua granitica e gli ho detto:”Padre, fai tu!”. Risalito in cattedrale sono ritornato tranquillamente a casa non pensando più alla mia situazione fisica, a quella possibile e futuribile “chiamata” per il trapianto che non era facile, che io dentro di me prevedevo e mi auguravo verso la primavera del prossimo anno e che anche i medici non sospettavano così vicina. Il giorno seguente mi trovavo tranquillamente ad Aquileia per una concelebrazione Eucaristica nella Basilica patriarcale, dovevo essere e lo ero fin dal mese di giugno, reperibile al cellulare, ma a motivo della Messa lo avevo logicamente spento. Alle 15,30 c’è stata la chiamata dal Policlinico a presentarsi d’urgenza per il ricovero in quanto c’era la disponibilità di un organo perfettamente compatibile. Queste cose le ho sapute solo più tardi, a fine celebrazione, allorché riacceso il cellulare, sono stato bombardato da telefonate perché in tanti mi stavano cercando sapendo di questa urgenza ma non dove mi trovassi. La conclusione che sento “dentro” come limpida verità, anche perché avendo condiviso un lungo brano di vita con Padre Bommarco, ho avuto la possibilità di cogliere le sfumature del suo carattere e gli stili spirituali del suo cuore, è che solo 24 ore dopo quelle parole espresse il giorno prima sulla sua tomba:” Padre, fai tu!”, c’è stata la chiamata alla vita nuova, la disponibilità del dono, chi lo conosce direbbe: “la soluzione del problema!” e lo “squillo”, anche se non udito da me, è avvenuto non a caso nella “sua” tanto amata Basilica di Aquileia. So che lassù ha tanti amici e confratelli santi…, li ha portati per una vita nel cuore e per vent’anni quasi fisicamente sul petto dentro il reliquiario della croce episcopale, Sant’Antonio di Padova, San Francesco d’Assisi, San Massimiliano Kolbe, ma in ciò che è avvenuto e anche in seguito, vivendo i giorni strani e delicati della terapia intensiva, ho sentito spiritualmente proprio la sua mano sfiorarmi, il suo affetto avvolgermi, la sua sofferenza –portata fino all’ultimo con francescana letizia- essermi forza indescrivibile, essermi serenità invidiabile tanto da far stupire l’equipe chirurgica e gli altri operatori. Non perché fatto a me, ma per il fatto in sé, credo possa essere un prezioso segno di speranza e di luce in questo Natale e io serenamente aggiungo, anche convinzione che Padre Bommarco già vive nella gloria di Dio e può intercedere per tutti noi. don Maurizio Qualizza Parroco di Gradisca d’Isonzo (GO) ______________________________ Padre Luciano Bertazzo Direttore Messaggero di Sant’Antonio PADOVA |