| Notizie riflessioni opinioni da e sul MONDO GIULIANO DALMATA A cura di Carmen Palazzolo Debianchi Veramente molti i fatti degni di nota accaduti nel mondo giuliano-dalmata dall’ultimo giornalino ad oggi. L’evento più importante mi sembra però il raduno a Pola dei polesi esuli, per la prima volta nella città natia, 65 anni dopo l’esodo. I raduni degli esuli istriani, fiumani, dalmati e delle isole del Quarnero nei loro paesi o città d’origine sono diventati in questi ultimi anni sempre più frequenti ma quello di Pola ha fatto notizia perché Pola era ed è una città, la provincia a cui apparteneva tutta l’Istria e le nostre isole di Lussino e di Cherso e il raduno è stato fatto apertamente - e non quasi di nascosto come accade in alcuni casi - attentamente programmato e pubblicizzato; ha previsto incontri con le Autorità locali e le Comunità degli italiani, visite alla città e ai suoi dintorni. C’ero anch’io, assieme a tanti altri non polesi in segno di solidarietà. Ho partecipato soltanto alle manifestazioni dell’ultimo giorno, domenica 13 giugno, che sono iniziate con la messa nel duomo pieno di fedeli, attenti e commossi fin dall’entrata dei due celebranti: il vescovo emerito di Trieste mons. Eugenio Ravignani, nativo di Pola, con Mons. Desiderio Staver, seguiti dai chierici. Eccellente l’accompagnamento del coro misto, che alla fine ha cantato il “Va’ pensiero” seguito in piedi dai presenti in partecipato commosso silenzio. Molti esuli non condividono questa linea ma io e tanti altri, pur rispettando le loro idee, riteniamo che, al di là degli aspetti emotivi che sempre ci coinvolgono quando pensiamo, trattiamo o torniamo nelle nostre terre d’origine, che questa sia la strada da percorrere se vogliamo che si conservi memoria della storia romano-veneta delle nostre terre. Un altro evento importante accaduto in questo periodo è stata la solenne celebrazione della strage di Vergarolla, sempre a Pola, la città che l’ha subita il 18 agosto 1946. Quel giorno dell’estate 1946, una domenica, molte persone decidono di recarsi alla spiaggia di Vargarola per fare il bagno e assistere alle gare natatorie organizzate dalla storica società sportiva Pietas Julia nel sessantesimo anniversario dalla sua fondazione, avvenuta nel 1886, sotto la dominazione austro-ungarica. A quel tempo la società era stata, oltre che vivaio di atleti, fucina di irredentisti rivendicanti il carattere italiano della città. Ma il nome “Pietas Julia” ricordava pure ai polesi la ricostruzione della città fatta da Augusto dopo le guerre civili, che la arricchì di monumenti come l’Arena, l’Arco dei Sergi, la Porta Gemina, la Porta Ercole, di cui ora possiamo solo ammirare le vestigia ma che parlano delle sue antiche origini romane. Nel contesto storico del 1946, per gli italiani di Pola - sotto amministrazione militare inglese in attesa della decisione delle Potenze vincitrici della seconda guerra mondiale in merito alla definizione dei confini e quindi all’assegnazione o non assegnazione all’Italia della città - le gare sportive organizzate in quel luogo e da quella società assumevano il significato di una dimostrazione di italianità e come tale era stata reclamizzata da "L’Arena di Pola", il quotidiano della città. Ai margini della spiaggia erano accatastate 28 mine antisbarco, per un totale di 9 tonnellate di tritolo, ma si trattava di materiale inerte, in quanto le bombe erano state disinnescate. Ma, alle 14.15 di quel 18 agosto un’immane esplosione scuote la spiaggia e la città: quelle bombe - ammassate e abbandonate lì senza custodia né protezione perché ritenute inoffensive - sono esplose! Oltre 60 i morti accertati, numerose le salme dilaniate dallo scoppio e quindi non riconoscibili, tanti i feriti trasportati nell’ospedale di Pola, dove il dott. Micheletti opera ininterrottamente per ore e ore anche dopo che viene a sapere che pure i suoi due bambini sono stati vittime dello scoppio. Nella città sconvolta - ove non c’è famiglia che non abbia qualche parente o amico colpito dalla tragedia - si avanzano mille ipotesi sulle cause del terribile evento, che si chiede fermamente alle Autorità di scoprire. Scoppio casuale o attentato? Sono le due domande che si pone più di frequente la gente. Nella sua omelia ai funerali delle vittime il vescovo, Mons. Raffaele Radossi non vuole affrontare l’argomento e affida i responsabili della tragedia al giudizio di Dio. Guido Miglia, il giovane direttore de “L’Arena di Pola” afferma invece la “risposta è già in noi chiara evidente, che non condanna nessuno e tutti nello stesso tempo perché condanna la guerra con tutte le orrende invenzioni di morte, condanna chi non seppe e ancora non sa fermarla e bandirla, chi ancora la esalta o la prepara per il futuro… “ La recente possibilità di accesso agli archivi inglesi ha dato infine la risposta definitiva: fu un attentato organizzato dall’OZNA, la polizia segreta jugoslava. Oggi dobbiamo sapere e far in modo che il sacrificio di quelle vittime innocenti sia sublimato nella memoria nostra e dei posteri a monito del significato nefasto delle guerre e delle loro conseguenze. La grande partecipazione di giovedì 18 agosto 2011 alla solenne Messa nel Duomo di Pola e poi alla cerimonia al cippo eretto al suo fianco, fanno pensare che siamo sulla buona strada. La cerimonia di quest’anno è stata organizzata dalla Comunità degli Italiani di Pola su proposta e in accordo col Circolo Istria e il Libero Comune di Pola in esilio. Oltre ai polesi, esuli e non e a numerosi istriani, tante le autorità presenti, italiane, croate e slovene che hanno dato alla cerimonia il significato della partecipazione del più vasto pubblico da esse rappresentato. Fra esse ricordiamo l’ambasciatore italiano a Zagabria Alessandro Pignatti, il presidente dell’Unione Italiana e deputato della CNI al parlamento croato Furio Radin, il presidente dell’Unione Italiana Maurizio Tremul, il sindaco di Muggia Nerio Nesladek, il vicesindaco di Trieste Fabiana Martini, e quello del Comune di S. Dorligo della Valle Antonio Ghersinich, l’assessore alla cultura del Comune di Monfalcone Paola Benes, il Presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane di Trieste Lorenzo Rovis, il Sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio Argeo Benco, il Presidente e il Vicepresidente del Circolo Istria Livio Dorigo e Fabio Scropetta, e diversi altri rappresentanti della minoranza italiana e della diaspora. C’era inoltre la significativa presenza di Antonio Tommasi, presidente della Società Nautica “Pietas Julia”, che è proprio quella di Pola, “esulata” a Trieste nel 1947 come i suoi soci. Un’altra cerimonia significativa in memoria delle vittime di Vargarola si è svolta, per iniziativa della Federazione Grigioverde e della Famiglia Polesana, a Trieste dove, nello stesso giorno, sul colle di S. Giusto, è stata scoperta una stele coi nomi delle 64 vittime identificate della strage. Sempre a Pola, il 3 settembre, si è svolta un’altra manifestazione significativa: il Concerto dell’Amicizia tra Italia e Croazia, nel 150° dell’Unità italiana, nel 20° dalla raggiunta statalità croata e nel 20° della nuova Unione Italiana. Per l’Istria è stato un momento storico, una grande festa: l’annuncio ufficiale dell’entrata in Europa della Croazia e un grande riconoscimento alla Comunità nazionale italiana. Napolitano è giunto a Pola nel pomeriggio. Ad attenderlo alla Casa dei Difensori croati, ex Casinò di Pola, di fronte al Teatro Ciscutti, sotto al colonnato, c’era il Presidente Josipovic ed uno stuolo di giornalisti e fotoreporter. Poi, insieme, i due Presidenti si sono recati prima nella sala dei colloqui tra le due delegazioni e in seguito nel locale in cui erano ad attenderli le diverse delegazioni. La prima a porgere i suoi saluti è stata quella della Federazione degli Esuli, tramite il suo portavoce, on. Lucio Toth. Della delegazione facevano parte il suo presidente, Renzo Codarin, e i presidenti dei sodalizi ad essa afferenti: Lorenzo Rovis, Guido Brazzoduro, Renzo de’ Vidovich, a cui si sono aggiunti Argeo Benco e Silvio Mazarolli per il Libero Comune di Pola. E’ seguito l’incontro con l’Unione degli Istriani di Trieste e con l’Unione dei Combattenti antifascisti dell’Istria, che hanno voluto essere ricevuti separatamente. Alla Comunità degli Italiani, ad attendere i due Presidenti e le delegazioni c’erano cinquecento persone in rappresentanza di tutte le realtà degli Italiani di Istria, Fiume e Dalmazia, i vertici dell'Università Popolare di Trieste, rappresentati da Silvio Delbello, e numerosi ospiti tra cui il Sindaco di Trieste, Roberto Cosolini, e il Presidente della Provincia di Trieste, Maria Teresa Bassa Poropat. Non c’era la Regione FVG. Il significato dell’incontro dei due capi di stato è stato rafforzato dal clima positivo in cui si è svolto ma anche dalle parole che sono state pronunciate. Ne segnalo alcune frasi a mio avviso importanti. Il Presidente Josipovic, durante il suo discorso alla Comunità degli Italiani, afferma che è nato in Dalmazia “a casa mia – dice - si è sempre parlato il dialetto, infarcito di parole italiane che non ho mai considerate straniere”…e poi ribadisce “senza gli Italiani, senza il vostro contributo civile e culturale, la Croazia di oggi non sarebbe la stessa”. Napolitano, che non nasconde l'emozione dice: “Fra Italia e Croazia non ci sono più problemi del passato che non possono essere superati: ci stiamo lavorando con lo stesso impegno a Roma e a Zagabria”. E Josipovic: “Problemi ce ne sono - ad esempio il contenzioso post-bellico sull'importo del rimborso agli esuli italiani per i beni perduti - ma non c'è più nessun problema che non si possa risolvere in spirito di comprensione e amicizia. A ridurre antiche frizioni ci ha pensato il tempo, ma più di tutto il miracolo è stato compiuto dalla comune appartenenza all'Ue (la Croazia ne farà parte dal 1.mo gennaio 2012). “Intendiamo testimoniare la ferma volontà di far prevalere il tanto che ci unisce su quello che ci ha dolorosamente diviso in un tormentato periodo storico, segnato da guerra tra Stati ed etnie”, hanno dichiarato poi i due Presidenti - come in una pacata e civile conversazione fra persone che ragionano alla stessa maniera per cui le parole di uno completano quelle dell’altro - ricordando che nel passato sono stati commessi gravi errori ed ingiustizie che sono stati pagati con i tragici destini di centinaia di migliaia di innocenti e rivolgendo quindi l’esortazione a perdonarci reciprocamente il male commesso. Oggi - è stato sottolineato - Croazia e Italia hanno abbracciato valori comuni, innanzitutto i valori della libertà e dei diritti della persona, la pari dignità e l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, la libertà di impresa, i valori della cooperazione e della solidarietà tra i popoli. I nostri Paesi e le nostre società sono liberi da ogni ideologia fondata sulla discriminazione. Non si può tuttavia sottacere né la tragedia delle vittime del fascismo italiano, che perseguitò le minoranze e si avventò con le armi contro i vicini croati e sempre operò contro la libertà e la vita degli stessi italiani né le vittime italiane della folle vendetta delle autorità postbelliche della ex Jugoslavia. Gli atroci crimini commessi non hanno giustificazione alcuna ma essi non potranno ripetersi nell’Europa unita, mai più. Ma, hanno proseguito, nel perdonarci reciprocamente il male commesso, volgiamo il nostro sguardo all’avvenire, che con il decisivo apporto delle generazioni più giovani vogliamo e possiamo edificare, in una Europa sempre più rappresentativa delle sue molteplici tradizioni e sempre più saldamente integrata dinanzi alle nuove sfide della globalizzazione. Prima di arrivare all’Arena, dove ad attenderli c’erano seimila persone, una breve sosta per piantare un ulivo, simbolo della pace, in ricordo di un popolo che dovette scegliere l’esilio e nel lasciare Pola a bordo del Toscana vide allontanarsi la mole imponente del monumento romano, simbolo della città. Mentre i due Capi di Stato sfilano per raggiungere i propri posti prima del Concerto, applausi e bandiere tricolori li accompagnano. Furio Radin e Ivan Jakovcic si sono rivolti al numeroso pubblico dell’Arena, il primo anche per sottolineare la partecipazione di tutte e cinquanta le Comunità degli Italiani, il secondo per ribadire la soddisfazione dell’Istria, europea da sempre, in cammino verso un’Unione ormai alle porte. Più che soddisfatto anche Maurizio Tremul, presidente della giunta esecutiva dell'Unione degli italiani, ancorché sollecitando il varo di una legge di interesse permanente sulla questione degli italiani all'estero. Ma a creare il clima, al quale tutti si richiamano, un ruolo importante spetta alla gente che ha vissuto con emozione la giornata, in particolare il concerto diretto dal Maestro Ivo Lipanovic. Sul palcoscenico dell’Arena l’orchestra Filarmonica della RTV di Zagabria con i solisti Giorgio Surian e Valentina Fijacko e, schierati alle loro spalle, i cori riuniti delle Comunità degli Italiani, che hanno eseguito musiche di Verdi, Puccini, Devcic, Zajc, Tijardovic e Gotovac. Ma in questi giorni si è parlato e scritto molto anche sul Monastero di Daila. Daila è una località del Comune di Cittanova, sede di un convento benedettino, sorto grazie al lascito del conte Francesco Grisoni, nel 1841, di tutte le sue proprietà nei comuni di Cittanova e Verteneglio al monastero benedettino di Praglia (PD) per farne un convento a scopi benefici. Da allora fra i due monasteri è sempre esistito un reciproco e stretto rapporto di aiuto reciproco, che si è espresso nell’800 quando il governo napoleonico soppresse gli ordini religiosi (1810) e i benedettini di Praglia trovarono rifugio a Daila, allora sotto governo austriaco, e nel 1948 quando quelli di Daila trovarono rifugio a Praglia a seguito della confisca del loro convento per conto delle autorità jugoslave del tempo. La vicenda è molto complessa - e tuttora irrisolta - per l’intreccio di competenze e interessi di carattere economico e religioso e le possibili implicazioni politiche. Ne riassumerò le tappe a mio avviso fondamentali: fin dal 1860, gli edifici e I terreni di del Monastero di Daila furono gestiti dal priorato, cioè dal convento di Daila, dipendente dall’abbazia di Praglia. Nel 1945, nell’ambito del processo di nazionalizzazione attuato dal regime comunista jugoslavo, anche i beni del convento di Daila – circa 380 ettari – furono confiscati. Con la dissoluzione della Jugoslavia e la formazione, negli anni Novanta del secolo scorso, dei nuovi Stati sovrani, retti da un sistema democratico-parlamentare, i proprietari dei beni nazionalizzati potevano rientrarne in possesso. In Croazia ciò è sancito dalla Legge sulla compensazione per le proprietà espropriate ai tempi della forma di governo comunista jugoslava, entrata in vigore il 1° gennaio 1997. L’abbazia di Praglia iniziò subito le pratiche per la restituzione del convento di Daila e delle terre annesse e già nel 1996 il Tribunale di Buie riconobbe alla parrocchia di Daila la proprietà su 30 ettari della proprietà; fra il 1997 e il 2002 le autorità statali le assegnarono parti ancora più estese. Nel 2000 i benedettini avviarono delle trattative sulla questione con la diocesi di Parenzo/Pola ma si trovarono di fronte ad una posizione di chiusura del vescovo, Mons. Ivan Milovan, e pertanto, nel 2002, si rivolsero alla Direzione statale di Buie. Ottennero una risposta negativa ma le trattative continuarono e il 17 maggio 2006 diocesi e abbazia firmarono un accordo che assegnava oltre il 60% dei beni alla diocesi e meno del 40% all’abbazia; l’accordo non venne però mai applicato. Così, il 27 giugno 2006, i frati si rivolsero al Tribunale di Buie negando che la parrocchia di Daila fosse l’erede legale del convento. Il 21 novembre 2008 Benedetto XVI - ritenendo la questione di carattere prettamente religioso - istituì una commissione, formata da tre cardinali tra cui il primate di Croazia Josip Bozani?, per giungere a una convenzione. Questa, approvata dal papa, ricalca l’accordo del 2006 più un risarcimento di 4,5 milioni di euro per imposte, spese procedurali e giudiziarie e interessi di mora. Nel frattempo la diocesi alienò oltre alla metà dei terreni oggetto della contestazione a scopi turistici. La convenzione, in previsione dell’impossibilità di restituire tutto, previde un indennizzo forfettario di 25 milioni di euro, che il vescovo, paventando la bancarotta della diocesi, non volle firmare. Il papa perciò lo sospese provvisoriamente dall’incarico e nominò un commissario «ad actum», che il 13 luglio provvide alla bisogna. Allora Mons. Milovan si rivolse alle autorità politiche e alla Procura di Stato. E la premier Jadranka Kosor scrisse al segretario di Stato vaticano e al papa che «gli Accordi di Osimo e le delibere basate su quell’Accordo sono per noi in maniera assoluta intoccabili». I benedettini avrebbero già ricevuto un indennizzo di 1,7 miliardi di lire ma - secondo il settimanale cattolico «Glas Koncila» - lo avrebbero rifiutato. Il presidente della Repubblica Ivo Josipovi? dichiarò che spettava alla Procura di Stato accertare se i beni dovevano essere restituiti alla Chiesa o se invece sono statali. «Il risarcimento – ha affermato l’ex presidente Stipe Mesi? – è stato già riscosso dai benedettini di Praglia e pertanto la richiesta di un secondo indennizzo non è altro che un subdolo tentativo di revisionare Osimo». Il presidente della Regione Istriana Ivan Jakov?i? ha espresso solidarietà al vescovo denunciando il «tentativo flagrante di revisionare gli accordi tra la Repubblica di Slovenia e quella di Croazia (quali successori giuridici dell’ex RSFJ) e la Repubblica Italiana, attraverso un terzo Stato, il Vaticano». «Si creerà – ha aggiunto – un pericoloso precedente giuridico e allora non sarà solo la diocesi di Pola e Parenzo a dichiarare la bancarotta, ma c’è d’aspettarsi decine di migliaia di simili domande di risarcimento per beni in Istria, Fiume e in Dalmazia». Dal proprio canto La Santa Sede ha replicato che «La questione è di natura propriamente ecclesiastica. Dispiace, pertanto, che sia stata strumentalizzata a fini che cercano di presentarla in chiave politica e demagogica, come se intendesse danneggiare la Croazia. Invece, la decisione della Santa Sede mira esclusivamente a ristabilire la giustizia dentro la Chiesa, peraltro con un risarcimento solo parziale», e a ripristinare, «per quanto ad oggi possibile, la condizione determinata dalla volontà testamentaria del donatore originario». Il 4 agosto il Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Croata ha espresso appoggio alla scelta vaticana, mentre 70 parroci istriani, riunitisi a Pisino, hanno manifestato pieno sostegno al vescovo e all’idea di restituire gli immobili allo Stato, nonché di indennizzarlo per quelli venduti. Il 9 agosto è stato recapitato alla diocesi l’ordine di pagamento della prima rata dell’indennizzo (500.000 euro). Qualora non avesse tale somma, le verrebbero pignorati beni per un valore corrispondente. Il ministro della Giustizia ha dichiarato nulle le decisioni che avevano assegnato le proprietà alla parrocchia, e subito la Procura di Stato ha chiesto al Tribunale di Buie di vietarne l’alienazione annunciando di volerne assicurare la restituzione allo Stato. Ciò comporterebbe però l’annullamento delle vendite effettuate dalla diocesi. La diocesi di Parenzo-Pola afferma che la decisione della Santa Sede è errata nella sostanza, in quanto i benedettini di Praglia non sarebbero stati proprietari, ma solamente usufruttuari dell’abbazia e dei terreni circostanti che appartenevano al conte Francesco Grisoni. Lasciando l’abbazia nel 1948, i benedettini italiani avrebbero perso il diritto di usufrutto di questi beni, che secondo il lascito testamentario del conte Grisoni sarebbero passati a una pia istituzione costituita a tale scopo, e in mancanza di essa, secondo il Codice di Diritto Canonico, alla diocesi locale. Inoltre, sempre secondo la diocesi istriana, i benedettini di Paglia non avrebbero diritto a ricevere questi beni in quanto essi sarebbero già stati indennizzati per la loro perdita a seguito dei trattati di Osimo e di Roma, con i quali erano state regolate le pendenze rimaste in sospeso tra Italia e Jugoslavia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Un’eventuale nuova assegnazione dei beni ai benedettini italiani violerebbe quindi questi accordi internazionali, la legge croata e le decisioni dei tribunali croati che avevano già respinto ogni richiesta dei religiosi. La diocesi inoltre lamenta che la restituzione in toto dei beni è impossibile, essendo parte di questi già stata venduta, e il risarcimento ai benedettini stabilito in caso di mancata restituzione, circa 5 milioni di euro, trascinerebbe la diocesi stessa alla bancarotta. E non è finita! Mi sembra ancora doveroso segnalare la scomparsa in quest’ultimo periodo di tempo di tre eminenti personaggi della diaspora: Marco Pirina, Paolo Barbi, Corrado Belci e Giacomo Bologna, di cui mi riservo di scrivere eventualmente in seguito. |