NOTIZIE - INTERVENTI - DIBATTITI
                                     
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    L’associazione Francesco Patrizio della Comunità Chersina cambia Presidente
     Domenica 21 maggio, ad Aquileia, l’associazione “Francesco Patrizio della Comunità Chersina” ha tenuto il suo 29° raduno annuale.
     Durante l’incontro si sono svolte le elezioni per il rinnovo del consiglio direttivo, avendo quello in carica concluso il suo mandato quinquennale.
     I nove consiglieri eletti, in ordine alle preferenze riportate, sono: Bommarco Delia, Peruzzi Mauro, Panusca Enrico, Tomaz Luigi, Palazzolo Debianchi Carmen, Tomaz Chiara, Moise Francesco, Pavan Romano.
     Dei nove eletti, sono nuovi Panusca Enrico, Tomaz Chiara e Pavan Romano; gli altri sei facevano parte anche del consiglio precedente.
     Come previsto dallo statuto dell’associazione, i consiglieri così prescelti, nella prima seduta del consiglio, tenutasi sabato 3 giugno a Trieste nella sede legale dell’associazione, hanno eletto al loro interno le diverse cariche sociali, che risultano cosi distribuite:
     Tomaz Luigi - presidente
     Peruzzi Mauro - vicepresidente
     Bommarco Delia - segretario
     Pavan Romano - tesoriere
     Le suddette quattro persone, assieme ad un altro consigliere - individuato in Bellemo Marino - costituiscono il Comitato Esecutivo, che è l’organo operativo dell’Associazione.
     Il gruppo operativo è completato dal Comitato di Redazione, che ha il compito di collaborare col direttore alla redazione del periodico dell’associazione “Comunità Chersina, foglio dei chersini e dei loro amici”. Ne fanno parte di diritto il direttore del giornale e il presidente dell’associazione, cariche ora ricoperte entrambe da Tomaz Luigi, a cui sono stati aggiunti il vicepresidente Peruzzi Mauro, il segretario Bommarco Delia e il consigliere Tomaz Chiara.
    Al nuovo consiglio direttivo: BUON LAVORO!




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XXX  RADUNO CHERSINO
                                                          
Aquileia, domenica 21 maggio 2006
Relazione del Presidente sul suo quinquennio di Presidenza: 2001  2006

     Prima di passare alle votazioni per l’elezione dei nuovi consiglieri, mi sembra giusto e opportuno esporre l’attività svolta dal consiglio direttivo che conclude oggi il suo mandato.
     Questo consiglio, che ho avuto l’onore di presiedere, è stato eletto durante il XXV raduno annuale dei chersini, svoltosi ad Aquileia domenica 27 maggio 2001.
     Dei 20 candidati,  i 15 che riportarono il maggior numero di voti costituirono il consiglio direttivo che ha ora concluso il suo mandato, essi sono, ordinati secondo il numero delle preferenze riportate:

     1. Bommarco Delia - 84 voti
     2. Peruzzi Mauro – 81 voti
     3. Moise Lucchi Meyra – 78 voti
     4. Bommarco Antonio Vitale – 76 voti
     5. Palazzolo Debianchi Carmen – 66 voti
     6. Bon Domenico – 63 voti
     7. Musich don Simeone – 63 voti
     8. Bellemo Marino – 59 voti
     9. Biagini Gianfranco – 58 voti
     10.  Mocolo Giuliana – 53 voti
     11.  Terdossi Antonio – 47 voti
     12.  Tomaz Sergio – 45 voti
     13.  Mocolo Zaccaria – 38 voti
     14.  Siderini Paolo – 36 voti
     15.  Sussich Bonavita Paola – 35 voti

     Oltre alle 15 persone suddette, ottennero un certo numero di voti altre 10 persone che, nel corso del quinquennio appena trascorso, sono state tutte chiamate, fino ad esaurire la lista degli eletti, a sostituire coloro che, per motivi vari, hanno dato le dimissioni dal consiglio o, come nel caso dell’arcivescovo Bommarco, sono deceduti.
     Fino ad oggi sono rimasti in carica i consiglieri Bellemo M., Bommarco D., Bon D., Mocolo G., Moise F., Moise Lucchi M., Musich don S., Palazzolo Debianchi C., Peruzzi M., Sussich Bonavita P., Tomaz L. e Annamaria e Bommarco Alvise, cooptato come tesoriere.
     Nel 2004 è stata proposta ed approvata dall’Assemblea Generale dei soci  la riduzione del numero dei consiglieri da 15 a 9. Oggi verranno dunque eletti 9 consiglieri esprimendo 6 preferenze, come ha stabilito la Commissione elettorale costituitasi questa mattina.
     Durante questi 5 anni il consiglio si è riunito 13 volte: 5 a Mestre, 5 a Trieste, 1 a Gorizia, 1 a Cervignano e 1 a Montecchio Maggiore per programmare e organizzare l’attività dell’associazione.

     Questa si attua in ambito sociale e culturale

 
L’aspetto sociale si esplica attraverso 2 incontri annuali, quello del 2 gennaio, a Trieste, per celebrare la festa del Santo Patrono di Cherso S. Isidoro  e il raduno annuale, al cui interno si tiene l’assemblea generale dei soci, adempienza prevista dalla legge per l’approvazione del bilancio consuntivo e preventivo; non soltanto momento conviviale dunque. Per quanto riguarda gli aspetti sociali dei chersini nella diaspora, a quelli che si svolgono in Italia vanno aggiunti quelli estivi a Cherso che culminano con una cena e gli incontri dei chersini negli Stati Uniti d’America ed in Australia, di cui vi diamo puntualmente notizie sul nostro giornale.

     Dell’ambito sociale e comunicativo fanno parte anche i
rapporti che questo consiglio direttivo ha avviato con le altre comunità di esuli ed in particolare  con quelle dell’isola di Cherso e di Lussino, e cioè con le comunità di Caisole, di Lussinpiccolo, di Lussingrande, di Neresine e di Ossero. Codesti rapporti si esplicano attraverso alla partecipazione di una rappresentanza di chersini agli incontri organizzati dalle suddette famiglie, soprattutto in occasione delle feste dei Patroni, e di una rappresentanza di queste ultime agli incontri chersini, quest’anno possiamo notare, in rappresentanza del Comitato di Ossero, il signor Giovanni Ottoli con la moglie Annalisa. Con la Comunità di Lussinpiccolo è inoltre diventata una consuetudine ormai consolidata che un chersino scriva qualcosa di Cherso sul foglio “Lussino” e che un lussignano scriva qualcosa su “Comunità Chersina”.

     Durante questo quinquennio è stato pure avviato un
dialogo con la Comunità degli Italiani di Cherso, che è cominciato con un incontro a Trieste del consiglio direttivo dell’associazione F. Patrizio col Comitato degli Italiani di Cherso e continua ospitando sul nostro periodico gli scritti e le informazioni sulla vita della Comunità che ci vengono di volta in volta spedite, fra le quali figurano ultimamente anche i nomi dei deceduti a Cherso.

     Siamo anche
entrati a far parte dell’Associazione delle Comunità Istriane, una delle tre associazioni che raggruppano gli aderenti a Comunità più piccole, come la nostra, e forniscono loro una sede gratuita per i diversi incontri ed ogni altro possibile aiuto oltre all’opportunità di collaborare con le altre comunità aderenti. Questa organizzazione è stata prescelta in un’ottica di collaborazione con le comunità di Cherso e di Lussino, vi facevano infatti già parte le comunità di Lussinpiccolo e di Lussingrande.

     Per quanto riguarda gli
aspetti culturali, essi si esplicano soprattutto attraverso la pubblicazione di libri ed articoli su Cherso, la sua storia e le sue tradizioni. Su codesti argomenti la comunità ha curato la pubblicazione post mortem del romanzo autobiografico di Aldo Policek “Il volo del grifone”.
     Per la collana  storica sono stati pubblicati i
volumi di Luigi Tomaz “Ossero e Cherso nei secoli prima di Venezia”, “Mura torri e porte della Magnifica Comunità di Cherso”, “La Galìa Chersana”,  “Stemma e Santo Protettore della Magnifica Comunità di Cherso”.
     Per interessamento dell’arcivescovo Bommarco, la comunità ha patrocinato la pubblicazione del volume sulla nobile vergine benedettina, nata e vissuta a Cherso,
“Suor Giacoma Giorgia Colombis”, faticosamente ricavato dal diario della Beata da Meyra Moise e “Padre Placido Cortese”, dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali di Cherso, torturato e ucciso dai nazisti per la sua attività clandestina di aiuto ai perseguitati politici. Il libro è stato scritto da Padre Apollonio Tottoli, sempre su sollecitazione di P. Bommarco.
     E’ stata inoltre curata la ristampa del libretto di poesie di Meyra Moise “Arcobaleno” per farne omaggio ai chersini che hanno partecipato al raduno 2005.

     La comunità ha inoltre organizzato a Trieste la prima presentazione del volume di Luigi Tomaz “In Adriatico nell’antichità e nell’Alto Medioevo. Da Dionigi di Siracusa ai Dogi Orseolo“. Volume e manifestazione hanno avuto grande successo di pubblico, di critica e di vendite.

     Infine sono state da tempo affidate a Luigi Tomaz le opere di Aldo Policek già edite ed altre inedite perché ne curasse la pubblicazione in un’Opera Omnia, la cui raccolta è stata l’ultima fatica del nostro defunto arcivescovo. Se ne affida la cura al prossimo consiglio direttivo.
     Ai suddetti volumi vanno aggiunti i numerosi articoli scritti soprattutto da Luigi Tomaz e da me su diversi giornali degli esuli e in particolare sul nostro periodico, sul foglio “Lussino”, sul quindicinale “La Nuova Voce Giuliana” dell’Associazione delle Comunità Istriane, su “Difesa Adriatica”, organo dell’ANVGD, sul portale Internet “Arcipelago Adriatico”.
     Tutti questi scritti hanno fatto conoscere Cherso e la sua storia ad un vasto pubblico.

     Mi rammarico per il fatto di non essere riuscita a far pubblicare il volume “Riflessi di storia dalmata sulle vicende dell’isola di Cherso, tesi di laurea sostenuta all’Università di Padova da Gianluigi Ganzetti, un veneto innamorato di Cherso, che il consiglio ha bocciato dopo che un docente di un ateneo prestigioso come quello di Padova l’aveva accettato. E mi rammarico pure di non essere riuscita a far pubblicare le memorie di Isa Lemessi, spaccato della vita di una fanciulla della buona società chersina durante la seconda guerra mondiale, bocciato perché troppo personale e perché descrive la vita serena di una bambina in una famiglia agiata… e cosa c’è di male in questo? Non erano personali i miei ricordi di Puntacroce? E non sono personali le simpatiche scenette di Annamaria Zennaro Marsi  sulle drugarize,  sul banco di pesci che erano raffiche di mitragliatrice, sulle pinze della sua mamma? E non sono personali i due racconti sulla fuga da Cherso di Giacomo Negovetich e quello delle esperienze di guerra di Nick Chersi? Qual è la differenza? La differenza sostanziale sta, a mio avviso, nel fatto ch e molti, troppi scritti degli esuli parlano di fughe, di persecuzioni, insomma di sofferenze, ma la nostra vita al paese non era – e grazie a Dio! – solo una vita di sofferenze ed io amo ricordare più le corse per le strade di Puntacroce, le arrampicate sugli alberi, come ho imparato a nuotare in Porto Ul con le zucche vuote legate attorno al torace con una corda che mi tenevano a galla più che le paure del tempo di guerra. E poi va anche tenuto conto del fatto che ai nostri lettori, specie alle donne, questi racconti piacciono molto, più che quelli su fughe e guerre che sono più graditi agli uomini.

     Ma il veicolo più importante e capillare della nostra storia e della nostra cultura è il nostro
periodico quadrimestrale “Comunità Chersina, foglio dei chersini e dei loro amici”.
Abbiamo cercato di fare un giornale che piacesse a tutti, che rispondesse agli interessi di tutti e che tutti fossero in grado di leggere e di capire;
un
giornale dalla linea “aperta” e “pluralista”, dove per linea aperta si intende  un foglio che, pur occupandosi prioritariamente di Cherso e dei suoi villaggi, ospiti anche scritti di argomenti non strettamente chersini e di non chersini perché il nostro giornale viene spedito ai chersini che lo richiedono, ma anche ai loro amici, in quanto anche leggendo il nostro periodico si contribuisce alla conoscenza e diffusione della storia di Cherso.
     E per
linea pluralista si intende una linea che si basa sul presupposto che non c’è un unico modo per risolvere un problema e che l’approccio ai problemi e alle situazioni non è univoco ma è di tipo diverso a seconda dei punti di vista dai quali si osserva la situazione. Per cui – per fare un esempio – le diverse tematiche dell’esodo giuliano-damata e fiumano (beni abbandonati, foibe,… ) dagli esuli saranno viste in modo diverso da chi esule non è; fra gli esuli saranno viste in modo diverso a seconda dell’età di chi l’esodo l’ha vissuto, perché andarsene dalla propria terra a quarant’anni è diverso che andarsene a 5 anni, e l’approccio alla situazione di quelli che se ne sono andati nell’infanzia sarà diverso a seconda dell’educazione ricevuta e dei contatti avuti con la terra di origine oltre che della loro personale sensibilità,…
     Tutto ciò significa
accettare e rispettare le idee degli altri anche se non si condividono, cosa di cui io ho più volte scritto e in cui credo fermamente.
Che la linea adottata dal giornale negli ultimi anni sia largamente condivisa dai suoi lettori, è dimostrato dal fatto che ci sono sempre nuove richieste del giornale per cui durante l’ultimo quinquennio siamo passati dalle 800 alle 1100 spedizioni attuali circa, con una sola rinuncia. Ultimamente, il giornale viene spedito, secondo l’aggiornamento del gennaio 2006,


    
In Italia a 769 famiglie
   
in Croazia/Slovenia a 169 famiglie,  di cui 144 Cherso,10 a Lussinpiccolo,, 5 a Fiume, 2°  Neresine, 2 a Pola, 2                         Portorose, 1 ad Arbe,ad Abbazia e a Veglia
    
negli U.S.A. a 94 famiglie
    
in  Australia a 36 famiglie
    
in  Canada a 10
   
in  altri Paesi a 10 famiglie (Germania 3 – Svezia 2 – Argentina, Nuova Zelanda,
                                     Inghilterra, Francia, Svizzera 1)

      ______________________________________________________________________________
    
Per un totale di 1094 famiglie

     In Italia, il giornale viene spedito in numerose province e, in particolare,


     a 275 famiglie in quella di Trieste
     89 in quella di Venezia
     53 in quella di Genova
     43 in quella di Gorizia
     30 in quella di Roma
     27 in quella di Padova
     22 in quella di Milano
     19 in quella di Udine
     18 in quella di Vicenza e Treviso
     16 in quella di Brescia
     12 in quella di Torino
     11 in quella di Bologna
     10 in quella di Alessandria
     9 in quelle di Pordenone e Varese
     8 in quella di Savona
     7 in quelle di Bergamo Trento e Verona
     6 in quella di Novara

      4 in quelle di Como, Lucca e  Salerno             
      3 in quelle di Latina, Imperia, La Spezia, Belluno, Pavia, Modena, Rovigo, Firenze,
         Pesaro, Napoli, Reggio Emilia
      2 a Bolzano, Pisa, Pistoia, Mantova, Rimini, Livorno, Ravenna, Ragusa
      1 a Cagliari, Aosta, Vercelli, Asti, Ascoli Piceno, Sondrio, Grosseto, Pescara, Catanzaro
         Palermo, Messina.


Un altro, implicito, indice di gradimento riguarda la situazione finanziaria della Comunità nella cui cassa, all’inizio dell’ultima gestione, c’erano 300.000 lire contro gli attuali (vedi relazione economico-finanziaria) euro, e, a mio avviso, non si sovvenziona un’attività che non piace e di cui non si condividono gli orientamenti. Ma fra poco il nostro tesoriere, il signor Alvise Bommarco vi esporrà dettagliatamente la situazione economico-finanziaria della Comunità.

     Un’altra, importante attività avviata durante l’ultimo quinquennio è il
sito Internet, che dal punto di vista tecnico è curato dal chersino residente negli Stati Uniti John Brunicci. La cura e supervisione dei testi da inserire nel sito è stata finora mia ma spero vivamente che si possa costituire una commissione a questo scopo.

     Un’altra attività avviata durante il quinquennio che non è stata portata a compimento è la
revisione dello statuto, che è praticamente finita ma manca l’approvazione di tutti gli articoli da parte dell’assemblea generale, che il prossimo consiglio direttivo dovrà riunire allo scopo.

     Rimane aperto anche il problema della direzione responsabile del giornale, che il consiglio direttivo ha affidato al Luigi Tomaz e lui, che non è iscritto all’ordine dei giornalisti, all’amico giornalista Angelo Sandri. La situazione non è a mio avviso soddisfacente e va rivista.
     Rimangono dunque 3 problemi aperti che il nuovo C. D. dovrà affrontare quanto prima:
     1. La revisione dello statuto
     2. Le pubblicazioni, cioè definizione delle caratteristiche che le pubblicazioni della comunità dovrebbero avere e, in particolare, pubblicazione dell’Opera Omnia di Aldo Policek, del libro di Isa Lemessi, e di altre
3. Soluzione del problema della direzione responsabile del nostro periodico

  
La Direzione del giornale e la linea del giornale, che è la voce della comunità, sono cose molto importanti perché devono – a mio avviso – esprimere l’orientamento della comunità stessa.
     Prima delle votazioni io desidero pertanto esprimere sinteticamente le mie idee, in modo che, se mi votate, sappiate che sono le idee che sosterrò in consiglio e che ritengo debbano ispirare anche il nostro giornale.
     Questeidee si possono riassumere in quanto segue:
     - Apertura al dialogo e alla comunicazione verso le altre Comunità di esuli e verso i residenti a Cherso
     - Pluralismo, basato sul rispetto per gli altri e per le loro idee, anche quando sono diverse dalle nostre
     - Considerazione della diversità delle idee come un’occasione di confronto che arricchisce

     Tutto ciò deve figurare anche sul giornale, dove ci devono essere gli scritti sulla storia e sulle tradizioni di Cherso, le testimonianze (e non soltanto quelle tristi), ma anche le ricette (e se l’uso ha introdotto la margarina al posto dell’uso esclusivo dell’olio di oliva, non è un delitto), le poesie e quanto altro è gradito ai nostri lettori, che sono anche i finanziatori dell’associazione, e perché il nostro non è un giornale di storia.


                                                        
PROBLEMI CHE SI RINVIANO AL PROSSIMO C. D.
Pubblicazione dell’Opera Omnia di Aldo Policek
Direttore responsabile del giornale
Revisione definitiva ed approvazione dello statuto

                                                             ____________________________

Venerdì, 19 gennaio 2007-1dei 4 incontri sull'esodo                                   
organizzato dall’Associazione delle Comunità Istriane


                                                                                      
                     Dall’esilio al ritorno della 3a generazione,
                                                                                ull’onda dei ricordi positivi trasmessi affettivamente dai nonni,
                                                                                              come presenza culturale in un’Istria regione europea

Il tema del pomeriggio è “La situazione in Istria, a Fiume e in Dalmazia alla fine della Seconda Guerra Mondiale”. L’argomento viene trattato secondo la prospettiva storica,  politica e dell’esperienza vissuta  per consentire all’uditorio, composto per la gran parte da esuli di prima e seconda generazione, di confrontare la memoria con la storia. Fondamentale è stata ritenuta la presenza di entrambe le componenti: quella dello storico perché si basa sui fatti  e quella dei testimoni forse ancora di più perché, mentre la ricerca storica, che sta appena facendo i primi passi in quest’ambito, proseguirà, stanno venendo meno coloro che hanno vissuto direttamente l’esperienza delle persecuzioni, dell’abbandono della propria terra, dei campi profughi, dell’integrazione in un  nuovo ambiente.
L’incontro è stato coordinato dal presidente dell’associazione, Lorenzo Rovis, che si è limitato alla presentazione dei relatori e degli argomenti con essi concordati onde lasciare tutto il tempo a disposizione per la trattazione del tema.
Davanti a un pubblico numeroso e attento fino alla fine, si avvicendano relatori e testimoni richiamando alla memoria vicende note e non. Probabilmente il contributo meno noto, e forse non sempre condivisibile dai vecchi esuli, l’ha dato lo storico, il prof. Raoul Pupo, docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Trieste, che da anni conduce ricerche sul tema dell’esodo. Data una rapida occhiata all’uditorio, il prof. Pupo decide di sorvolare sui fatti, sicuramente noti alla gran parte dei presenti, molti dei quali dichiara di conoscere, e di esporre il punto della ricerca storiografica sui confini della Patria, sulla pace e sull’esodo.
I fatti che il prof. Roul Pupo espone sono spesso diversi da come sono stati percepiti da quelli che li hanno vissuti o da come ci sono stati trasmessi dai nostri genitori. Così, è convinzione comune fra gli esuli che, alla conferenza della pace, De Gasperi non seppe difendere con la forza e la fermezza necessarie gli interessi della Venezia Giulia. I documenti dicono invece che la Conferenza della Pace di Parigi fu fatta  dalle potenze vincitrici, Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Francia per porre fine alla guerra e definire i nuovi confini delle potenze sconfitte. L’Italia non sedeva al tavolo delle contrattazioni perché aveva finito di esistere l’8 settembre 1943, per cui non era un soggetto politico internazionale e non poteva negoziare perché non aveva nulla da offrire. Era è una nazione che aveva perso la guerra e che per questo doveva essere punita. Il suo territorio era occupato dalle grandi potenze, che disponevano totalmente delle sorti della penisola e dei suoi abitanti facendo unicamente i loro interessi. Secondo codesti interessi Trieste doveva rimanere all’Occidente perché gli Anglo-Americani avevano bisogno del suo porto, come porta dell’Austria, dove si prevedeva lo svolgimento di una campagna militare. Le sorti del resto della Venezia Giulia non interessavano alle potenze alleate. Perché Trieste rimanesse all’Occidente si escogitò la soluzione del Territorio Libero.
A complicare la situazione per quanto riguarda i nostri territori, avvenne la rottura dei rapporti fra Tito e l’Unione Sovietica, per cui la Jugoslavia diventò un importante cuscinetto fra Oriente ed Occidente e Tito un personaggio che non si doveva scontentare mentre l’Italia era ormai un paese sicuro, in cui il comunismo era stato sconfitto e che quindi non rappresentava più una minaccia per l’Occidente.
Altra opinione diffusa fra gli esuli è che la politica jugoslava fra il 1945 e il 1954 fu una politica di espulsione degli Italiani, atteggiamento di cui, finora, non è stata trovata nessuna prova. Quello che certamente esisteva era una politica di divisione all’interno degli Italiani, denominata “Politica della fratellanza fra Jugoslavi”, che è stata analizzata abbastanza bene negli ultimi anni e che giunge alla conclusione che tra la fine del ’44 e l’inizio del ’45 venne ideata per gli Italiani una politica che si potrebbe chiamare “Politica di integrazione selettiva” che isolava all’interno della popolazione italiana le persone jugoslavizzabili; gli altri italiani, che non avevano le caratteristiche necessarie per integrarsi nel nuovo regime, venivano messi in condizione di non nuocere ma, prima se ne andavano e meglio era. Questa politica subì, nel tempo, delle variazioni ma cambiò anche l’atteggiamento della popolazione nei confronti del governo di Tito per cui, come si sa, alla fine finirono con l’esodare quasi tutti, anche tanti di quelli che, all’inizio, erano stati favorevoli al regime di Tito. Resistettero fino al 1953, sperando nel miracolo, soltanto gli Italiani residenti nella Zona B, e vennero usati da parte jugoslava come merce di scambio nelle trattative con l’Italia. Poi se ne andarono in massa anche loro.
Il prof. Stelio Spadaro, insegnante di storia e filosofia pensionato ed uomo politico che ha aderito all’evoluzione della sinistra, parla del suo impegno, che intende continuare anche nel futuro, perché la storia di queste terre diventi realmente parte della storia d’Italia, con la sua specificità, perché tuttora essa non appare nelle manifestazioni e nella letteratura assieme alle altre regioni d’Italia o è ritenuta marginale.
Dopo lo storico e il politico, prima dei testimoni, viene data la parola al dott. Fausto Biloslavo, giornalista, che potremmo definire un “osservatore”, che ha seguito come fotoreporter la guerra nell’ex Jugoslavia. Procedendo per immagini, egli fa una serie di associazioni fra la situazione degli anni novanta e quella di cinquant’anni prima, particolarmente in Dalmazia, perché fu molto più colpita da questa guerra dell’Istria. La sua pacata esposizione è un racconto di orrori. In questa guerra affiorano dal passato molte cose: armi, divise, nomi delle unità dei cecchini bosniaci ripresi da quelli delle unità naziste, miliziani serbi con in testa una bustina con lo stemma dei Karageorgevic’, ragazzi con la testa rasata meno una U a ricordare gli Ustascia di Ante Pavelic,…
Anche i nazionalismi esasperati di Tudjman e Milossevich risvegliano i fantasmi del passato chiamando a combattere fra le loro file giovani italiani di estrema destra e di estrema sinistra.
Ci fu poi la pulizia etnica, che tutti tentarono contro tutti. 8.OOO persone sparirono nel nulla e furono a poco a poco ritrovate in fosse comuni a Srebrenica e dintorni. Ricorda, perché fu tra i primi giornalisti ad assistere alla riesumazione delle vittime di Srebrenica assieme agli esperti del Tribunale Internazionale dell’Aja, che nelle fosse non furono trovati tanti combattenti mussulmani ma civili e addirittura una donna legata ad un bambino e con le mani dietro alla schiena unite col fil di ferro. La cosa gli richiamò alla memoria le storie lette e sentite dai nonni, nativi dell’Istria, sulle persecuzioni e gli infoibamenti degli Italiani in Istria negli anni ’40 e ’50.
La guerra nell’ex Jugoslavia ha fatto affiorare anche altri orrori del passato sui quali era stato steso un velo di silenzio, come i massacri operati dai partigiani di Tito verso i loro stessi connazionali, quali gli Ustascia croati e i Domobranzi sloveni che combatterono coi nazisti.
E poi ci furono tutti gli orrori commessi dai diversi “boia”, come Jvan Motica, Mario Pisculic’ ed altri.
Rivisitando con la memoria queste storie del passato, colpisce il fatto - dice Biloslavo - che ciò che accadde nell’ex Jugoslavia non ebbe in Italia lo stesso impatto di quello che accadde nella penisola qualche decennio prima. Ad esempio la storia di Pritbe, il massacratore delle Fosse Ardeatine, assomiglia molto a quella di Motica, il boia di Pisino, eppure quest’ultima non ebbe in Italia la stessa risonanza della precedente, come se fosse una storia marginale, come diceva poco prima il prof. Spadaro.
Nonostante tutti gli orrori commessi da entrambe le parti, Fausto Biloslavo pensa che i tempi siano maturi per la conciliazione, anche se è comprensibile che essa sia difficile da accettare da chi ha subito sulla propria pelle persecuzioni ed esodo o ha congiunti che furono infoibati o perseguitati. Ma la conciliazione è la premessa per guardare avanti, ad un’Europa libera e unita, da Danzica agli Urali, come auspicava papa Wojtila.
Certamente si potrebbero dire tante cose, ad esempio che si poteva negoziare in modo diverso l’entrata della Slovenia e della Croazia nell’Unione Europea chiedendo in maniera incisiva una soluzione definitiva e giusta delle diverse problematiche da sempre in sospeso, dal riconoscimento dei fatti accaduti alla questione dei beni abbandonati, sequestrati, a volte rapinati…
“Eppure io – conclude Biloslavo - che appartengo alla terza generazione dell’esodo, sento forte, come tanti miei coetanei, il desiderio di tornare nella terra dei miei avi. E allora torniamo, non come riconquista ma come presenza di cultura, di storia, di tradizioni, di lingua, in un’Istria regione d’Europa”.
Segue l’intervento di due testimoni: Marisa Brugna e Mons. Antonio Canziani.
Marisa Brugna, esulata da Orsera coi genitori e la sorella, nel 1949, a 6 anni, racconta la sua esperienza nei campi profughi. Dieci anni, quelli dai sei ai sedici,  trascorsi fra Trieste, Latina, Massa Carrara, il sanatorio di Sappada in cui ha subito diverse esperienze dolorose oltre al soggiorno in questi luoghi, più simili a prigioni che a case, perché circondate da muri e reti metalliche, sorvegliate da guardie, dove la promiscuità era la regola e non c’era la possibilità di intimità personale e familiare. Un’esperienza che ha segnato negativamente la sua vita e da cui è riuscita a prendere completamente le distanze soltanto descrivendola in un libro: “Memoria negata”, pubblicato nel 2002.
Mons. Canziani descrive la sua esperienza di giovane sacerdote nel comune di Umago nel 1945 / 46, all’inizio dell’occupazione titina, che si conclude con la fuga a Trieste dopo aver assistito a una progressiva diminuzione della libertà di culto e aver contemporaneamente sentito aumentare la sorveglianza sulla sua persona fino a temere per la propria vita.
Conclude questa prima tornata Marianna Deganutti, che ha appena vinto il premio di studio istituito dalla Comunità di Lussinpiccolo in memoria il dott. Giuseppe Favrini per la pubblicazione “Onda del mio mare”, ispiratale dal nonno istriano. Il messaggio di Marianna è che i nipoti come lei, che non possono avere il ricordo della vita trascorsa in Istria, che non hanno nessuna colpa di ciò che è stato fatto, si fanno un’idea della loro terra di origine attraverso i racconti dei nonni. Nonno Ovidio, raccontandole la sua Istria con amore, le ha trasmesso assieme ai suoi ricordi questo sentimento; lei ha ricevuto il tutto come un valore positivo. 
Questo è un messaggio molto forte, che carica di una grande responsabilità la generazione dei più anziani, che devono interrogarsi sul tipo di messaggio da trasmettere alle nuove generazione


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Intervento di Luigi Tomaz all’Assemblea tenuta ad Aquileia, domenica 21 maggio 2006

Cari amici chersini,
il cosiddetto Editoriale pubblicato su Comunità Chersina col titolo “Essere esuli oggi: riflessioni” di Carmen Palazzolo Debianchi, che io, Direttore editoriale, ho dovuto subire perché il giornalino, che doveva uscire prima di Pasqua, arrivasse almeno qualche giorno prima del Raduno, si rivolge espressamente a questa Assemblea proponendo delle meditazioni e dando per scontate alcune cose inaccettabili come la prima, che la storia italiana dell’Istria, della Dalmazia, della Liburnia e delle Isole del Quarnaro finisce con l’occupazione titina e la successiva annessione di quelle terre alla Jugoslavia.
Questo, e gli altri che ricorderò, sono concetti contrari agli stessi principi sui quali trent’anni fa è stata fondata a Padova la nostra Comunità Chersina.
Io allora ho personalmente annunciato al Raduno quanto ora vi leggo dal primo numero del nostro giornale uscito nel 1997.

… Noi Chersini Italiani amiamo la nostra Isola ma non per questo neghiamo che altri possano amarla; nessuno ha il diritto pertanto di impedirci di cooperare alla salvezza delle sue peculiari identità…
L’Assemblea era stata aperta dal sottoscritto nella veste di responsabile della organizzazione. Avevo detto:
…costruire una Comunità dalle idee moderne che, non negando i nobilissimi valori del passato, santificati da tante sofferenze, umiliazioni e lutti, li rilanciasse, purificati dalle scorie del risentimento, a un’ampia apertura mentale che, nel tempo necessariamente lungo in cui si evolve la storia, sappia far fermentare anche al di là della stolta barricata altrettanta apertura di idee.
Una Comunità che, evolutasi in trent’anni di cammino per le strade del mondo, abbia gli occhi fissi ad un’Europa di popoli fratelli.

La storia della Chersinità italo – veneta non è assolutamente finita nel 1945 – 1947. La storia non può finire per sua natura in quanto può solo evolversi nel grande e nel piccolo. La storia e le storie si evolvono senza posa incalzate da spinte imprevedibili. Chi ha creduto di prevedere e dominare la storia ha sempre fallito. Nel secolo appena passato molti di noi hanno constatato i casi clamorosi di Mussolini, Hitler, Stalin, Tito, ecc. … rotolati nella polvere da quella storia che avevano creduto di tenere in pugno.
Dal 1947 ad oggi ci sono state: l’imprevista frantumazione della Jugoslavia, le impreviste sanguinosissime guerre etniche tra gli Jugoslavi, l’imprevista nascita della Croazia che oggi a tanti sembra già destinata all’eternità come nel 1947 sembrava eterna la Jugoslavia.
La nostra situazione di Esuli è radicalmente mutata. L’evoluzione della storia ci permette oggi di attraversare i confini senza passaporto. I confini che per tanti anni ci erano sbarrati. Possiamo soggiornare a Cherso quanto vogliamo. Non abbiamo avuto bisogno di imparare il Croato per poter parlare con tutti i Chersini, esuli rimasti e anche con molti arrivati d’oltremare e d’oltremonti.
Abbiamo la messa settimanale in italiano e possiamo cantare i nostri inni antichi. La messa è frequentatissima. La nostra duplice fede deve capire l’importanza di quell’incontro.
Il pellegrinaggio a S. Salvador è una tradizione interessantissima, così come la messa al cimitero del 16 di agosto.
Oggi a Cherso, a livello di parlata, il bilinguismo è generale come viene constatato anche da autorevoli forestieri, tra questi l’ex ministro Giovanardi che me l’ha riferito al raduno dei Dalmati organizzato l’ottobre scorso a Chioggia.
Le nostre “feste estive”, iniziate nell’estrema periferia de Lanterna, continuate drio el Pra’ per no dar tanto ne l’ocio, da qualche anno si fanno in pieno agosto, in pieno centro, al Fontego , con tutti i nostri canti e le finestre spalancate. Marino Bellemo intona Viva el Doge viva el mar, viva le glorie del nostro Leon, e tutto il coro lo segue.
Vi partecipano Esuli, Rimasti e chersini residenti in città di tutto il mondo compresa la Croazia
Lasciamo perciò il risibile scherno per la sensibilità dei rimasti al signor Biloslavo cui è stata data ospitalità sul nostro foglio, che io ho dovuto subire, e che, fra l’altro, sostiene tutto l’inverso dell’Editoriale appena citato.
Alle nostre feste partecipano il Presidente ed esponenti della Comunità Italiana locale e lo stesso Sindaco del Comune col Presidente del Consiglio Comunale.
La Comunità degli Italiani di Cherso è la prima costituita nelle isole in stretto contatto con la nostra Comunità Chersina. E’ pienamente riconosciuta e molti di noi esuli ci si sono iscritti proprio l’estate scorsa, compresi io e mia moglie. (Interviene Meyra Moise, dicendo: “Anch’io mi sono iscritta!!!”).
Io ho partecipato agli incontri tra la Comunità e l’Ambasciatore Italiano col Console, ho tenuto conferenze pubbliche ormai da vent’anni, con ampia pubblicità dei giornali, anche ascoltato dal famoso scrittore, ora a Roma, Predrag Matveievic.
Esiste a Cherso un Consiglio Comunale della minoranza italiana.
La maggioranza degli iscritti alla Comunità Italiana dei “rimasti” ha riottenuto o ottenuto la cittadinanza italiana, mentre i giornali di là inveivano contro il tradimento.
Nelle elezioni del mese scorso questi Chersini “rimasti” e ritornati cittadini italiani come rano stati i loro genitori, hanno votato per il Parlamento Italiano nei seggi elettorali dei Consolati.
A me ha telefonato più di qualcuno per chiedere orientamenti.
Come si può scrivere e stampare che nel 1945 – 1947 è finita la storia italiana a Cherso?
Ora a Cherso si attende la cittadinanza italiana per le ultime generazioni.
Problemi aperti sono: asilo, scuola, bilinguismo ufficiale e Leone della torre. Non sono  aspirazioni sotterranee, ma richieste popolari alla luce del sole.
La vita si manifesta nella lotta, e la lotta c’è. Il grande Carnevale invernale e soprattutto estivo dell’anno scorso ha dimostrato la combattività chhersina per il Leone di San Marco.


E’ auspicabile che la Comunità chersina esule sappia essere all’altezza della vitalità chersina generale.
Mentre sul piano generico i rapporti personali buoni devono continuare con tutti, una distinzione comunque deve essere mantenuta tra i “rimasti” che la pensano come noi, parlano il dialetto nostro anche tra di loro, attendono il riconoscimento pieno dei loro diritti legittimi di minoranza autoctona, e i residenti che per spirito politico ormai storicamente ammuffito aiutano gli arrivati da fuori a negare questi diritti.
La nostra posizione dev’essere chiara: aiutare i rimasti amici ad ottenere i loro diritti che riguardano la lingua e la parlata, l’integrità dei nomi e di cognomi, e tutti gli altri che fanno parte dei Diritti dell’Uomo proclamati nel 1948 con la Carta sottoscritta da tutti gli atati firmatari del trattato di pace del 1947.
E’ chiaro dunque che l’aberrante dichiarazione letta nell’Editoriale, secondo la quale della realtà dell’occupazione (1945 – 1947) fa parte il cambiamento del nome dei paesi, la scrittura croata dei cognomi che dobbiamo accettare non è assolutamente accettabile.
E non si tiri fuori il ritornello balcanico delle colpe italiane e fasciste in Istria (dimenticando quelle del Regno di Jugoslavia in Dalmazia) perché le eventuali colpe del Fascismo e dell’Italia sono state pagate abbondantemente ed è viltà verso che ha pagato con la propria vita, insistere protervamente che ogni eventuale mancanza italiana abbia punizioni eterne, mentre su tutte le colpe slavo – comuniste dalla Siberia all’Adriatico, ci sia l’amnistia della dimenticanza organizzata dai furbi.
Nel giusto siamo noi perché dalla parte dei diritti dell’uomo.
Nazionalisti, Razzisti e se vogliamo anche fascisti oggi sono quelli che negano i diritti dell’uomo.
Solo dentro questa verità accettata possono coesistere idee diverse tra di noi.

Il processo storico sta per superiore un ulteriore momento evolutivo: il passaggio di tutto il grande contenzioso dei diritti delle Minoranze e degli Esuli sul piano Europeo con l’allargamento dell’Europa.
Noi siamo quelli della Speranza. La Speranza non è obbligatoria ma chi non ce l’ha resti a casa propria piuttosto che contagiare gli ottimisti col suo pessimismo disfattista.
Non è finita la nostra storia a Cherso. Non può essere finita nel 1947 né oggi nel 2006. Sta per aprirsi il periodo dell’Europa. Le leggi europee dovranno essere estese alla Croazia anche per il nostro lavoro di esuli. Noi della Comunità Chhersina dobbiamo lavorare nel nostro ambito piccolo, mentre l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, unica associazione di singoli e non di campanili, assieme alla Federazione di tutte le altre associazioni, deve lavorare nel campo nazionale e internazionale..

La storia nostra la dobbiamo scrivere noi; soprattutto quella non ancora scritta. A noi spetta raccogliere le fonti della nostra storia ultima.
Gli ultimi numeri della nostra rivista, con gli inserti delle memorie personali sui fatti della guerra e dell’esodo, dimostrano che abbiamo imboccato la strada giusta che comunque io continuerò come ho sempre fatto sia che la Comunità mi segua sia che la Comunità continui a chiacchierare su cosa si deve fare.
Gli storici di mestiere non fanno la Storia ma scrivono la storia fatta da altri soffrendola sulla propria pelle. Oltretutto gli storici di mestiere, cioè i cattedratici, hanno sempre scritto la storia voluta dai Governi che li pagano e questi Governi sono stati Fascisti, Nazisti, Comunisti, Titini, Italiani, Austriaci, Jugoslavi, Croati. Le vittime della storia devono raccontare, scrivere, lasciare il documento delle loro avventure.
Per la storia antica ci si deve aggiornare sulle fonti scoperte di recente, non dormire su fonti vecchie e superate. La storia di Venezia non può essere letta soltanto sul Romanin del 1850… e quella di Ossero e Lussino non può essere letta soltanto sull’opera del dott. Matteo Nicolich stampata nel 1875 come ancora fanno molti, perché queste storie non hanno potuto conoscere l’enorme documentazione e le importanti cronache scoperte dopo di loro. Se non ci mettiamo in testa di leggere tutto e tenerci aggiornati, ci si squalifica e si squalificano le riviste sulle quali scriviamo.

Altra madornalità è che il tempo dei raggruppamenti per paesi d’origine sta per finire.
E allora il Comune di Pola in Esilio, di Fiume, di Zara, che sono attivissimi?
Perché non si considerano finiti i Lussignani, gli Osserini e i Neresinotti che proprio ora stanno ponendo solide basi alla loro Associazione di campanile? Hanno da dire tante cose originali e noi dobbiamo aiutarli a dirle nella loro Associazione, non boicottarli e criticarli come è stato fatto anche nel nostro giornale.
I chersini si estingueranno, certamente, come tutte le creature di Dio, ma non c’è proprio bisogno di piangere già ora, né di proporre soluzioni deliranti come la fusione di più Comunità. Quali mescolanze di usi e costumi vogliamo lasciare alla storia?
Ognuno deve stare a Casa propria e solo così le Case diverse possono volersi bene.
Della fusione abbiamo una prova significativa nell’ultimo numero di Comunità Chersina su un argomento che sembrerebbe insignificante, quello delle ricette.
Malgrado la mia osservazione sulla non autenticità delle ricette, ho dovuto inghiottirmele ugualmente. Mi è toccato sorbirmi un “Brodo brustolà” mai sentito nominare, fatto col burro, sostanza estranea alla cucina tradizionale chersina basata ovviamente soltanto sull’olio d’oliva. Nel Brodo brustolà ho dovuto trangugiare due uova condite con la maggiorana.
Non dico che da qualche parte dell’arcipelago delle Absirtidi – Sansego compresa – si faccia o si facesse un Brodo brustolà con tali ingredienti, ma a Cherso no.
A Cherso si faceva el Brodo Brustulin che iera tutta un’altra roba: acqua, ojo, farina e sal.
Col Brodo Brustulin , che spero di non trovare oggi a pranzo, finisco il mio intervento proponendovi di votare i seguenti amici candidati che intendono operare sulla base delle idee che vi ho espresso. I candidati sono:
Bellemo Marino, Bommarco Delia, Panusca Enrico, Peruzzi Mauro, Tomaz Chiara e, per ultimo, chi vi parla.
Questa proposta non intende togliere la stima per le altre candidature che abbiamo conosciuto appena questa mattina.
                                                                                                                                                        
Luigi Tomaz

                                   

La democrazia, per Gigi Tomaz, si condensa in questa frase:

                             
“Solo all’interno di determinate verita` accettate
                   possono coesistere idee diverse tra di noi chersini”

                                                                                               (vedi relazione di Gigi Tomaz al raduno dei Chersini 2006)

All’Assemblea Generale di Aquileia del maggio 2006, precedente le elezioni per il rinnovo delle cariche sociali dell’associazione “Francesco Patrizio della Comunità Chersina, la Presidente uscente, Carmen Palazzolo Debianchi, relaziona sulle attività svolte durante i cinque anni del suo mandato. Rileva come esse siano state sempre improntate  sull’apertura al dialogo, al confronto delle idee e alla collaborazione con le altre Comunità di esuli e coi rimasti, nel più totale rispetto per gli altri e per le loro idee, anche quando sono diverse dalle nostre e non si condividono. In particolare, sul giornale è sempre stata data ospitalità a tutti, nella convinzione che la libertà di esprimere le proprie idee non va negata a nessuno, cosa più che mai importante nelle associazioni degli esuli, che hanno lasciato le loro terre, in opposizione a un regime totalitario, appunto per poter esprimere le proprie idee senza censure e timore di persecuzioni.
Idee che, se sarà rieletta, continuerà a portare avanti.
Alla relazione della Presidente uscente segue l’intervento programmatico del sig. Tomaz, che propone la candidatura propria e di altri cinque soci (Marino Bellemo, Delia Bommarco, Enrico Panusca, Mauro Peruzzi e Chiara Tomaz),
“allarmati dalle proposte rinunciatarie e distruttive rivolte al Raduno dal vertice stesso della Comunità” (sic!). Stava per scoppiare una guerra!?
Da quando ho letto queste parole io continuo a interrogarmi sul loro significato.
Ma in questa pagina ci sono altre frasi di Tomaz che non capisco. Ad esempio, egli descrive, a un certo punto, l’ “affiatamento” tra esuli e rimasti a Cherso, che si constata soprattutto durante i soggiorni estivi vissuti assieme,
“affiatamento che può dare, se non intralciato da atti inconsulti, sempre migliori risultati… “ Quali siano questi “atti inconsulti” io non capisco proprio, a meno che il sig. Tomaz non si riferisca alla lettera da lui scritta a Luisa Lemessi, che tanto sdegno ha suscitato l’estate scorsa in tutta Cherso!
Un’altra espressione oscura si trova all’interno della frase: “La Comunità Chersina …. deve mantenere amicizia fraterna con tutte le Case sorelle d’Istria, Fiume, Dalmazia, e in particolare d’Ossero, e delle nostre Isole Absirtidi, ma senza quelle
velleità espansionistiche che hanno già creato antipatiche incomprensioni e confusioni. Ma di che cosa sta parlando?
Ma, spigolando qua e là nella copia integrale della relazione Tomaz e nel verbale dell’Assemblea Generale si possono leggere altre idee dell’attuale Presidente della Comunità Chersina e Direttore Editoriale del suo giornale, espresse non come opinioni o idee personali ma come verità assolute, indiscutibili, come quando, in risposta alla mia affermazione che la storia italiana delle nostre terre è finita con l’occupazione titina, il signor Tomaz “proclama che la Chersinità non è finita nel 1947, ma si è evoluta senza posa… ” ma,
“storia italiana delle nostre terre” e  “chersinità” non sono mica la stessa cosa!
Oppure quando, continuando nella sua filippica, Tomaz accusa la Presidente uscente del “misfatto” di ritenere che si debba accettare la realtà che ora le nostre terre sono croate… e che di questa realtà fa parte anche la croatizzazione dei nomi dei paesi e delle persone. Ci sono molte cose da rilevare in queste poche parole, e innanzitutto il fatto che le mie riflessioni, (vedi: “Essere esuli oggi: riflessioni” in Comunità Chersina n. 75, pag.1) sono, appunto, riflessioni e, a rinforzare maggiormente il fatto che non ritengo né ho mai ritenuto che le mie idee siano delle verità assolute, all’inizio di codeste riflessioni ho anche scritto “A mio avviso”.
Possono dunque delle riflessioni ed opinioni essere ritenute “misfatti”? Misfatti sono le foibe, le torture, la censura delle idee, come quella che Luigi Tomaz ha avviato su Comunità Chersina dopo che ne è diventato il Direttore Editoriale e come si può constatare leggendo la sua relazione al raduno. Inoltre io ho parlato di “accettazione della realtà”, non ho detto che le situazioni descritte sono giuste o sbagliate, perché questo è un discorso diverso e più complesso.
Benché le parole di Tomaz siano particolarmente dirette verso la Presidente uscente, e quanto ho scritto finora è sufficientemente illuminante in proposito, egli non risparmia nessuno, neanche “gli storici di mestiere,… cioè i cattedratici, che - secondo lui - hanno sempre scritto la storia voluta dai Governi che li pagano… ” Illuminante, a proposito delle sue idee sulla libertà di espressione, è l’affermazione conclusiva del suo proclama ideologico “Solo dentro queste verità accettate possono coesistere idee diverse tra di noi”.
Dunque, ci sono le “verità” enunciate da Tomaz, che devono essere accettate, e non ne sono ammesse altre!
Ma questa è dittatura, regime, non democrazia, e l’Italia è uno stato democratico e, ripeto, gli esuli, hanno lasciato le loro terre d’origine per il diritto di pensare ed esprimere apertamente, e senza timori, le proprie idee.

Ho lungamente riflettuto se fosse il caso di rispondere all’attacco del sig. Tomaz, una vera e propria aggressione verbale, anziché un civile confronto di idee. Alla fine ho deciso di rispondere intanto su INTERNET e di sollecitare anche altri esuli, chersini e non, a esprimere la loro opinione.
                                                                                                                                       
Carmen Palazzolo Debianchi
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