Archivio di INTERVENTI - DIBATTITI
                                 
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PATRIA e NAZIONE
                                                                   
ideali a cui non si educa più?
    
Cari chersini,
      lo spunto per le riflessioni che seguono mi è stato offerto dall’articolo di Giuseppe Favrini, pubblicato nella prima pagina del foglio “Lussino”, n. 14 / febbraio 2004, intitolato: “Perché i giovani non ci seguono?”
      Gli articoli del dott. Favrini sono sempre per me ricchi di stimoli alla riflessione. Questa volta ritengo però opportuno esprimere per iscritto ciò che penso su quest’argomento per sottoporlo anche all’attenzione degli altri.
      Secondo Favrini la ragione per cui i giovani non ci seguono è data dal fatto che le famiglie e la scuola non educano più all’ideale Patria.
      Io mi sono spesso interrogata sulle ragioni del disinteresse dei giovani per la nostra causa, come madre e come insegnante, e non sono giunta alle medesime conclusioni del dott. Favrini anche se, sicuramente, famiglie e scuola hanno delle responsabilità in questo settore in quanto persone e strutture che contribuiscono al quel processo di interiorizzazione dei valori che è l’educare.
      Le nostre conclusioni divergono perché io sono certa del fatto che all’ideale Patria non si educa attraverso alle poesie di Carducci e di D’Annunzio e sono anche certa del fatto che l’idea di Patria e di nazionalità cambia, evolve nel tempo proprio come evolvono tutte le cose umane, in relazione ai cambiamenti che avvengono nella società. Il concetto di nazionalità di oggi non è più dunque quello del Risorgimento, che era strettamente collegato al territorio. Oggi l’esule istriano che si è stabilito negli Stati Uniti d’America o l’emigrante o il professionista italiano residenti in Argentina o in Germania per ragioni di lavoro si sentono e sono italiani come i connazionali che abitano nella penisola italiana. Così, molte persone rimaste nelle nostre terre natie si sentono e sono italiane anche se il luogo in cui sono rimaste a vivere e vivono è diventato parte di un altro stato.
      L’idea di Patria e di nazione è oggi infatti un ideale che, superato il collegamento col territorio, è diventato una scelta ideologica e culturale, qualcosa che riguarda il senso di appartenenza a un certo popolo e a una certa nazione, come portatori di una data cultura che si sente propria.
      E’ in linea con codesto principio la recente legge che estende il diritto di voto agli italiani residenti all’estero.
      E’ un’evoluzione determinata dai cambiamenti della società in cui viviamo in cui le comunicazioni e gli spostamenti materiali, sia per lavoro che per divertimento, grazie alle moderne tecnologie, sono diventati facili ed immediati con tutto il mondo e lo saranno sempre di più. E’ infatti ormai frequente il caso del giovane che si perfeziona negli studi all’estero o ci va per ragioni di lavoro e poi vi si stabilisce perché ha incontrato un compagno o una compagna con cui condividere l’esistenza. A volte questo compagno è anche lui di un paese diverso da quello in cui entrambi risiedono. Di che nazionalità dovrebbero dunque sentirsi ed essere questi giovani? E i loro figli?

      Mi piacerebbe che questo mio discorso desse il via ad un dibattito sull’argomento, specie da parte di persone che vivono in situazioni come quelle descritte nell’ultimo capoverso. Penso che molte cose da dire dovrebbero avere anche i profughi che si sono stabiliti all’estero perci
ò

                               
A voi la parola! Patria e Nazione sono ideali a cui non si educa più
                                                 o sono scelte ideologiche e culturali
?
                                                                                                               Carmen Palazzolo Debianchi


                                                                                    



                                                                    
Le risposte dei lettori
    
L’articolo “Patria e Nazione, ideali a cui non si dedica più?” ha stimolato le riflessioni di altri sull’argomento; le pubblichiamo qui di seguito,  nell’ordine in cui ci sono pervenute.
       Ritengo che, per il momento, l’argomento sia stato sufficientemente elaborato perciò mi riservo di dare un mio ulteriore contributo nell’editoriale del prossimo numero del giornale
.
                                                                                                                                    
Carmen Palazzolo Debianchi
 

   
Identita`culturale ed altro
                           
Da Cecina (Livorno), il 20 aprile 2004, il figlio di un’istriana scrive:
       Cara zia,
       era molto tempo che volevo scriverti sul merito dell’identità culturale che porta un individuo a sentirsi affine ad altri uomini, anche se fisicamente lontano, nello spazio, e talora anche nel tempo, dal gruppo etnico e dalla terra dai quali tale cultura è espressa, perché è anche il mio caso, che mi sento veneto pur non avendo più contatti profondi con la terra in cui sono nato, e della quale parlo malissimo il dialetto. Hai ragione tu: si tratta indubbiamente di una “scelta ideologica e culturale”, anche se non mi piace l’aggettivo “ideologica”, in quanto considero l’ideologia come la figlia bastarda dell’Idea, che ottenebra i cervelli, avvelena le lingue e arma le mani, portandole a compiere azioni nefande in mezzo alle quali dobbiamo vivere e, talvolta, sopravvivere. Condivido in pieno quello che affermi nel settimo capoverso del tuo editoriale ed oltre. Non condivido del tutto, invece, quanto dici prima, cioè che “ …Il concetto di nazionalità non è più… quello del Risorgimento, che era strettamente collegato al territorio.” In realtà, i precursori ed i padri del Risorgimento partirono proprio dal concetto di un’Italia intesa idealmente come il luogo dell’identità culturale, quindi spirituale e linguistica, prima ancora che territoriale, di tutti gli Italiani. E si rifecero a Dante, a Petrarca, a Machiavelli, a tutti quegli intellettuali del passato che affondavano le loro radici culturali nella Romanità e che, inconsapevoli o consapevoli, gettarono il seme dal quale molto più tardi nacque il Risorgimento che, a parer mio, si manifestò inizialmente come movimento culturale – non condiviso pertanto dalle masse – veicolato soprattutto dal Romanticismo e, successivamente, come movimento politico e rivendicativo dell’unità anche territoriale delle popolazioni italiane, allora per la maggior parte sotto la dominazione straniera. Ritengo anch’io vero che, come affermi, il concetto di “Patria”, diversamente da quello di “Stato”, per sussistere non ha bisogno di un’unità territoriale, in quanto tale concetto è un’idea intellettuale, e dunque culturale e linguistica, oserei dire, prima ancora che antropologica. E con ciò, ritengo si possa rispondere agli interrogativi che poni a te stessa ed al lettore: … Di che nazionalità (di che Patria, dico io) dovrebbero dunque sentirsi ed essere questi giovani (quelli che si sono stabiliti all’estero per studio e/o lavoro)? E i loro figli?” Io penso che ciò dipenda, per quanto riguarda i primi, dal loro desiderio di mantenere la propria identità culturale a scapito di quello di integrarsi totalmente nella realtà del Paese in cui vivono: dunque sarà sempre una questione di scelta (mi pare sia il caso degli Ebrei e dei Musulmani che vivono in Occidente). E i secondi? Dipenderà molto dai genitori e dai condizionamenti che essi – consapevolmente e/o non – porranno loro.
       A conclusione di queste riflessioni, trovo che quanto afferma il dott. Favrini, da te citato, sul fatto che le famiglie e la scuola non educano più all’idea di Patria, sia fondamentalmente esatto: ma questo non dipende dal fatto che si leggano o meno le poesie di Carducci o di D’Annunzio, soprattutto in una certa chiave; è convinzione, non solo mia, che sia stata, e continui ad essere grave responsabilità politica di chi, detenendo il potere, ha in tutti i modi svilito tale concetto, considerato retorico retaggio di epoche passate, in tutti i luoghi, scuola compresa, non perdendo nessuna occasione per farlo.
       Il nostro Presidente Ciampi, con la sua energica ma equilibrata azione educativa rivolta al popolo italiano a proposito dell’uso del Tricolore, ha indicato la via che si deve seguire per ridare agli Italiani il giusto senso del significato dell’idea di Patria, che non è vuoto concetto retorico appartenente al passato, ma è l’attualissimo punto d’incontro della nostra identità culturale con la consapevole adesione ai valori di libertà e di giustizia.
                                                                                                                                                    
  Giuliano Cerea
     
Giuliano Cerea è il figlio maggiore di Elena de’Bianchi, la sorella maggiore di mio marito, prematuramente deceduta ormai molti anni fa. Ella era nata a Fasana (Pola), da madre del posto e padre di Cittanova ed in famiglia era stata educata ai valori ed alle tradizioni istriane, che  tramandò ai figli, e che venivano consolidate nelle lunghe vacanze estive sempre trascorse a Trieste. Come traspare dalle righe precedenti i figli, ormai 50/60 enni si sentono ancora radicati alle nostre terre pur essendo vissuti in diverse città d’Italia e all’estero.

                           


                                               
Da Reggio Emilia, il 27 aprile 2004 un esule scrive
  
E’ una questione di “imprinting?
     Eccomi sul suo interrogarsi sullo scarso interesse dei giovani (o meglio delle nuove generazioni anche se non più giovani), verso certi ideali di Patria e Nazione, assai più cari alla nostra vecchia, ed in via di superamento biologico, generazione.
     Io veramente non mi sono posto mai questo interrogativo, perché lo considero come ovvia conseguenza dell’evoluzione umana.
     Io infatti credo, come tanti altri, e come importanti “scuole di pensiero” del mondo scientifico mondiale hanno ampiamente dimostrato, “all’imprinting” a cui vengono sottoposti gli esseri umani (ed anche gli animali) nel primo periodo dello loro vita. In sostanza io credo che ogni uomo nasca con le proprie enormi capacità mentali completamente “in bianco”, ossia vergini, non ancora programmate, come un computer appena uscito dalla fabbrica “dell’hardware”, e che questa programmazione, cominciando dal primo giorno di vita prosegue gradualmente per tutta l’infanzia. Per restare nell’esempio del computer, i primi anni di vita sono quelli in cui viene inserito il “sistema operativo” ed i principali programmi applicativi, ossia viene caricato, più o meno estesamente, il “disco rigido” (hard disc), cioè quella parte non più modificabile per tutta la vita; negli anni successivi, e per il resto della vita gli “input” (informazioni) passano attraverso le ram, ossia le memorie volatili (riprogrammabili), che si interfacciano col sistema operativo ed i programmi fissi del disco rigido.
     Quanto sopra per dire che l’educazione dei primi anni di vita è quella che determina il comportamento umano per il resto della vita. Naturalmente non c’è cosa più banale ed ovvia di quanto appena detto, come non c’è niente di più ovvio che sostenere che negli ambienti famigliari e sociali degradati si sviluppano in maggior misura gli individui con comportamenti “negativi” (delinquenza, asocialità, egoismi esasperati e quant’altro) e viceversa. Quanto sopra per dire che nel comportamento umano le linee guida sono determinate più dall’imprinting, che da altri, seppur importanti fattori, con buona pace per quelli che parlano di libero arbitrio e di scelte, più o meno consapevoli.
     Mi rendo conto che quanto detto è fuori dalle tradizionali credenze religiose e culturali della nostra civiltà, e quindi risulta anche “scomodo”  sostenerle “alla luce del sole”.
     Altra constatazione: quelli che nascono in Arabia Saudita sono nella stragrande maggioranza musulmani, come sono cristiani quelli che nascono dalle nostre parti, ma cosa assai più rilevante, per tutta la vita, per quanto sottoposti a ogni genere di bombardamento informativo ed ideologico, non cambieranno mai più il loro modo di pensare e resteranno fedeli all’imprinting ricevuto.
     La nostra generazione, o almeno quelli nati prima del 1940, hanno ricevuto dalla famiglia, dalla scuola e dall’ambiente sociale, un’educazione (imprinting) basata su un’idea di patria, famiglia e religione ben precisa ed uniforme, ed ecco che noi tutti abbiamo continuato a restare attaccati per tutta la vita a questa ben chiara idea (ideale), e molti di noi mantengono addirittura il convincimento che quelli che non la pensano come noi (che non hanno ricevuto lo stesso imprinting) siano “fuori strada”.
     Quelli invece nati dopo il 1945, hanno avuto un’educazione in cui l’ideale di patria non veniva nemmeno preso in considerazione, certamente anche perché “bruciati” da tutto quello che aveva qualche legame col passato regime, ma soprattutto perché le nuove ideologie politiche egemoni cercavano di rimuovere tutti i “credi” culturali del passato (così ci sono “andati di mezzo” anche quelli buoni).
     Dopo il 1970, con l’evento della televisione, il modello di vita americano ha avuto una diffusione talmente sfrenata da portare al completo sbracamento dei tradizionali canoni culturali e sociali, sfociando nell’irrazionale consumismo che tuttora ci sta sommergendo (con risatine di compiacimento di cinesi e asiatici vari).
     Non a caso attualmente quelli che si considerano “in” non sono in grado di esprimersi in italiano se non usano il maggior numero di parole inglesi possibile, addirittura la maggior parte delle nuove parole inglesi usate sono di origine italiana (nel XVI e XVII secolo la lingua colta in Europa era l’italiano), e ridicolmente vengono storpiate per dare il “tocco” di esotico al discorso. Per esempio, la parola inglese contròl deriva dall’italiano controllo, ma diversamente dall’inglese, da noi viene pronunciata còntrol (altrimenti assomiglierebbe troppo all’italiano), e così infinite altre. Tutti noi siamo costretti quotidianamente a sopportare gli strafalcioni, che per esibire il loro alto livello culturale, i vari speakers, opinion makers, ecc., dai TG e talk show ci propinano; per non parlare dei serial, reality show, quiz show e quant’altro di più insulso si possa immaginare.
     Ancora: gli esperti di marketing promotion ben conoscono il meccanismo dell’imprinting, tant’è che dagli schermi televisivi attentamente prendono in considerazione i bimbi piccoli, che con cartoni animati ed altro li educano al consumo di quanto sta nei loro interessi.
     Se è vero quanto esposto, appare del tutto ovvio che i “giovani” non hanno più l’attaccamento a quei valori che sono stati i punti di riferimento culturali e di vita della nostra generazione. A questo punto può nascere il dilemma se era meglio prima o adesso, certamente non siamo noi quelli più adatti a giudicare la questione, meglio lasciarla agli esperti di tautologia.
                                           
                                                                                                                                                           
Nino Bracco
         
(Autore delle note su Neresine di questo numero del giornale e dei due precedenti)



                                                                                                           
Dalla Svezia, il 17 maggio 2004 un esule scrive:
Come eredi della cultura veneziana, da esuli, potremmo diventare
portatori di nuovi indirizzi in un’Europa modern
a
     Non so con precisione che cosa intenda dire il dott. Favrini nel suo articolo, ma mi sembra di capire che egli lamenta la mancanza dell’ideale di patria nel mondo d'oggi.
     Mi sembra  di capire che anche la sig.ra Carmen Palazzolo Debianchi avverta, anche se in altri termini, la mancanza di questi ideali e lo scarso interessamento dei “giovani per la nostra causa”.
     Tengo a precisare che Patria e Nazione sono due entità distinte, anche se spesso sono state confuse, e talvolta si sono amalgamate nel corso di periodi storici diversi. Durante il 1800 e il 1900 i confini nazionali e i diversi progetti di purificazione della razza hanno contribuito in gran parte a confondere i due concetti. Si credeva che la libertà della repubblica e l’uguaglianza fra i cittadini comportassero  l'omogeneità della popolazione.
     Filosofi  e politologi antichi e moderni - da Machiavelli a Voltaire, Norberto Bobbio, Maurizio Viroli, Eric Hobsbawm, Jurgen Habermas - dividono nettamente i due concetti, dandone di conseguenza due differenti significati. Maurizio Viroli (professore di filosofia a Princeton, USA, e  autore di diverse monografie), ad esempio, nel suo studio sul Machiavelli indica come per  Patria il Fiorentino intenda una ordinata libertà nello Stato: il patriottismo è di conseguenza amore per la libertà e impegno nella politica del proprio paese. La nazione, in questo contesto, ha, al contrario, un’importanza marginale e indica l’attaccamento alla propria cultura e lingua. Ciò che oggi si chiama etnicità. Se l’amore per la nazione concepita in questo senso è ciò che si richiede come principale portante, si corre il rischio di ricadere in obsoleti desideri di omogeneità, intesa come stretta comunanza di sentimenti e di passato storico, che porta spesso all’esclusione degli altri. La nazione oggi deve essere analizzata invece in termini politici, tecnici, amministrativi ed economici.
     Per Eric Hobsbawm la nazione è entità sociale solamente quando correlata alla “Nazione-Stato”. La Nazione come fatto naturale avallato da Dio con un preciso destino politico, è un mito. Un “patriottismo repubblicano” è portatore di una comunità che si basa sulla politica (presa nel senso di partecipazione) ed è aperta al futuro e a tutte le svariate forme di partecipazione e di partecipanti.
     La mia condizione cosmopolita si ritrova maggiormente in queste seconde definizioni e voglio considerare il voto agli italiani all’estero in questo senso, anche se  dubito poi sulle vere intenzioni di chi ha promosso questo provvedimento, che forse è frutto di calcolo elettorale.
     Cherso è da considerare  Patria, Nazione o semplicemente come luogo di nascita?
     Per me Cherso rappresenta una nostalgia. Sono d’accordo con Sisinio Zueg: scaraventati in un mondo nuovo, sconosciuto e a volte ostile, qual è quello comportato dall’esilio, “ci si aggrappa al sogno giovanile, al sogno dell’infanzia, dove tutto sembrava che fosse azzurro e ridente”.
     Pur essendo chersino nato a Cherso, ho sempre incontrato difficoltà ad entrare nell’ambiente chersino di Cherso, e anche in quello chersino esterno a Cherso, a causa delle chiusure che da una parte e dall’altra ho incontrato su questioni riguardanti l’appartenenza della comunità o dell’isola all’una o all’altra etnia. A quanto detto si aggiunge anche un fatto generazionale: per i Chersini più anziani è stato semplice e forse anche naturale (considerati i fatti storici, educazionali) prendere una posizione; per me, chersino uscito già nella mia infanzia, è stato molto più difficile; per i giovani d’oggi, che dovrebbero essere educati “all’amor di patria”, è impossibile. Ma pur avendo scelto un modello di vita di impronta cosmopolita, amo il mio paese e la sua gente e sono vivamente interessato alle mie origini, al modo di vita dei miei antenati. Ma non per voler definire un’appartenenza etnica, bensì per far risaltare le diversità delle vicende storiche nelle quali erano vissuti. Penso sia più fruttifero, in particolar modo con riferimento alla situazione europea attuale, considerarsi come punto d’incontro fra un semi-occidente ed un semi-oriente, che oggetto di scontro con uno schieramento o l’altro.
     Lo storico americano William H. Mc Neill ha scritto un libro intitolato “Venice. The hinge of  Europe 1081-1797”. Venezia come cerniera, cardine fra oriente ed occidente, intesa quindi non come portatrice di civiltà a senso unico, ma come punto di incontro e smistamento di culture diverse in direzioni diverse. Noi, che abbiamo una parte dell'eredità della cultura veneziana, possiamo essere portatori di nuovi indirizzi in un’Europa moderna. Il patriottismo che si forma in questa Europa avrà sempre meno il carattere nazionale ma sarà (come Habermas lo chiama) “Verfassungspatriotismus” patriottismo costituzionale, ed io aggiungo europeo, dove  la fiducia alla nazione viene sostituita con la fiducia verso la costituzione e verso le istituzioni europee.
     I nostri figli e nipoti si sentiranno finalmente a casa loro.
                                                                                                                                               
Tarcisio Bommarco
       
Tarcisio Bommarco è nato a Cherso nel 1938 da Nicolò Bommarco (Mico Garina) e da Atonia Filipas (Tona Tarerca). Nel 1947, coi genitori, è andato esule in Italia, da dove è emigrato in Svezia nel 1963.







         Sul concetto di patria, pubblichiamo ancora la parte centrale di una conversazione trasmessa da Radio Nuova Trieste, domenica 12 ottobre 2003. Ne è autore Giulio Montenero, figlio della chersina Natalia Bommarco e, quanto alla nonna paterna, di origine slovena. E' il curatore della rubrica settimanale "Liturgia e arte", che viene diffusa da Radio Nuova Trieste, emittente della Diocesi di Trieste, sulle lunghezze d'onda di 93,30 e 104,10 MHz in modulazione di frequenza.
         Il testo ci è stato spedito da Tarcisio Bommarco, suo cugino, col permesso di pubblicazione sul nostro giornale da parte dell’Autore.

       
Provate a chiedere
      
Che cos'è la patria?
        
       
Le risposte saranno vagamente rispondenti ad una sola e confusa idea: La patria è lo Stato nazionale che, dentro i propri confini, è abitato da gente che parla la stessa lingua. Da ciò, alla regressione tribale, cioè al legame fra la terra e il sangue, il passo è breve.
Vero è invece che il concetto di patria varia assai da l'una all'altra cultura. Per gli antichi latini la patria erano i diritti e i doveri connessi con la qualifica di cittadino romano. Nel Medioevo la patria era fedeltà al proprio sovrano, l'unto del Signore. Per i comunisti la patria era solidarietà fra i proletari di tutto il mondo. Per gli anarchici la patria è l'umanità.
Il concetto cristiano di patria come regno dei cieli in terra ha fondamento dall'ebraismo biblico, mentre il concetto di patria come luogo delle istituzioni democratiche ha origine dalla classicità greca.
Quanto al fondamento ebraico, è Dio stesso, il Dio vivente nella storia sacra, che chiama Israele, il popolo della vera religione, a collaborare con Lui, con il Signore, nell'attuazione del disegno provvidenziale. Ed è commovente constatare che il più appassionante fra i nostri canti risorgimentali, "Va pensiero", trae ragione dalla antica patria sacra agli ebrei, tante volte perduta e mai dimenticata, anzi sempre più profondamente interiorizzata dopo le persecuzioni. L'ispirazione dalla storia d'Israele maturò nel librettista Temistocle Solera, che scrisse le parole di quel canto e dell'opera "Nabucco", della quale "Va pensiero" è un coro. L'ispirazione maturò nel librettista in seguito a una vicenda personale. Il padre suo, magistrato, scontò per sei anni il duro carcere allo Spielberg, pena per aver partecipato ad una congiura antiaustriaca. Quasi a compenso, l'Imperatore d'Austria ammise gratuitamente il giovinetto Temistocle nel Collegio Imperiale di Vienna. Donde questo suo dibattersi fra opposti sentimenti e da ciò il convincimento che la patria più vera e più profonda appartiene al passato. Anzi talvolta avviene che la medesima persona coltivi il culto di più d'una patria perduta, come bene si vide proprio qui a Trieste, quando ebbimo greci che combatterono per l'indipendenza della Grecia e dell'Italia.
Torniamo ora a Temistocle Solera, librettista dell'opera "Nabucco", che per il coro "Va pensiero", riprese, quasi alla lettera, le parole di un salmodella Bibbia. Sono le prime due strofe del Salmo 137. Circa 600 anni prima di Cristo, gli ebrei deportati a Babilonia, seduti sulla sponda dell'Eufrate invocano l'aiuto del Signore.


Sui fiumi di Babilonia,
là sedevamo, piangendo
il ricordo di Sion.
Ai salici di quella terra
appendemmo la nostra cetra.
Là ci chiedevano parole di canto
coloro che ci avevano deportato,
canzoni di gioia , i nostri oppressori:
"Cantateci i canti di Sion"

      Come cantare i canti del Signore
in terra straniera?
Se ti dimentico, Gerusalemme,
si paralizzi la mia destra;
mi si attacchi la lingua al palato,
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non metto Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia.
Ricordati, Signore, dei figli di Sion.

Ed ecco le prime due strofe del coro, nel terzo atto del Nabucco  su parole di Temistocle Solera, coro  cantato da schiavi ebrei sulle sponde dell'Eufrate, coro che i patrioti italiani fecero proprio negli anni del Risorgimento:

Va pensiero sull'ali dorate,
va ti posa sui clivi, sui colli
ove olezzano libere e molli
l'aure dolci del suolo natal!

Del Giordano le rive saluta,
di Sionne le torri atterrate...
Oh mia patria sì bella e perduta!
Oh membranza sì cara e fatal!

Il libretto del "Nabucco" venne proposto a Giuseppe Verdi perché lo musicasse. Verdi non volle saperne. Ma lasciamo che sia Verdi stesso a raccontarci che cosa accadde quando si trovò in tasca il manoscritto del "Nabucco".
"Tornai a casa - scrisse Verdi - e mi sentivo indosso una specie di malessere indefinibile, una tristezza somma,un'ambascia che mi gonfiava il cuore. Rincasai e,con un gesto quasi violento, gettai il manoscritto sul tavolo. Il fascicolo, cadendo, si era aperto. Senza saper come, i miei occhi fissarono la pagina che stava innanzi a me e mi si affaccia quel verso: “ Va pensiero, sull'ali dorate”. Scorro i versi seguenti e ne ricavo una grande impressione, tanto più che erano quasi una parafrasi della Bibbia, della cui lettura mi dilettavo sempre. Leggo un brano, ne leggo due, poi, fermo nel proposito di non musicare il libretto, me ne vado a letto. Ma sì! ... Nabucco  mi trottava nel capo. Il sonno non veniva. Mi alzo e leggo il libretto. Non una volta, ma due, ma tre, tanto che al mattino si può dire che sapevo a memoria tutto quanto il libretto del "Nabucco" del Solera".

Veniamo ora alla fonte classica delle istituzioni democratiche della nostra patria.

     Siamo ad Atene nel 424 avanti Cristo. Siamo nel più bello fra i sobborghi di Atene, siamo nel Ceramico, uno splendido giardino con vista panoramica, dove è stato sistemato il cimitero della città. E' in corso la cerimonia per le onoranze e la sepoltura dei primi caduti nella guerra contro Sparta e contro la lega delle città del Peloponneso. Pericle, lo stratega della guerra, sale su di un'alta tribuna e pronuncia il discorso commemorativo. Ne trascrivo alcune frasi dalla relazione datane da Tucidide nelle Storie.
«Per prima cosa - disse Pericle - comincerò dagli antenati. E' giusto che sia dato loro questo onore. Abitando questa città  in un seguito ininterrotto di generazioni, grazie al loro valore nel difenderla, la tramandarono libera fino ai nostri giorni. Noi abbiamo una costituzione che non imita quella di altri Stati, ma sono gli altri che imitano la nostra. Perciò la nostra città è la scuola della Grecia. I diritti civili spettano in ugual misura a tutti gli abitanti, e questa è chiamata democrazia. Per quanto riguarda gli interessi privati, a tutti spetta lo stesso trattamento, su un piano di perfetta parità. Per quanto riguarda l'emergere nella società, fra noi è indifferente che uno sia ricco o che sia povero. Noi non litighiamo con il vicino di casa per meschini interessi, o per differenti convinzioni religiose o politiche. Noi non censuriamo le abitudini private degli altri, quali che siano. Noi siamo tolleranti. Ma proviamo vergogna e indichiamo al disprezzo dei nostri concittadini chi viola le leggi, anche quelle non scritte, che sono dettate dalla coscienza. Cerchiamo sollievo dalle fatiche nelle feste, nei giochi e negli spettacoli e anche nell'elegante arredo delle nostre abitazioni. Lo scambio commerciale è anch'esso motivo di gioia, per cui godiamo dei beni provenienti dall'estero, diversi da quelli da noi prodotti, che possiamo acquistare. Ci procuriamo amici non già col ricevere, bensì col dare regali e favori. Quanto alla guerra, mentre gli spartani vengono addestrati alla ferocia del combattimento, con crudeli discipline inculcate a forza fin dalla più tenera età, i nostri giovani sono indirizzati ai giochi, allo studio, alle arti, alle gioie dell'amore. Nelle prime battaglie contro un nemico spietato noi perdiamo. Ma si radica poi nei nostri giovani combattenti il convincimento che tutto deve essere concentrato nella lotta: l'ingegno, il coraggio, lo slancio. Per cui, alla lunga, siamo vincitori. Non vantiamo le nostre virtù militari, ma sono i fatti a provarle. Non abbiamo bisogno di poeti, scrittori e musicisti che esaltano le violenze guerresche. Siamo la sola città della Grecia che affronta le prove della lotta in modo superiore alla propria fama di efficienza militare. I nostri giovani sono pronti a morire per la patria, perché ben poco gioverebbe a loro salvarsi con la viltà e vivere come schiavi di genti rozze e incolte. Ai caduti in guerra noi non innalziamo fastosi monumenti, perché la loro tomba è la memoria che di loro sarà conservata in tutto il mondo».

     Amici ascoltatori, voi potete vedere quanto le divise mostruose indossate e le armi di sterminio impugnate dai militari           'oggi, uguali i militari, a qualsiasi  Stato e regime appartengano e quali che siano  i convincimenti religiosi, morali e                 politici  professati dai singoli,  sono incompatibili con l'abito mentale di quei combattenti d
emocratici.
                                                                                                                                        
Giulio Montenero
  
   "e` figlio della chersina Natalia Bommarco. E` il curatore della rubica settimanale "Liturgia e arte", che viene diffusa da Radio Nuova Trieste, emittente della Diocesi di Trieste, sulle lunghezze d'onda di 93,30 e 104,10  MHz in modulazione di frequenza"
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  Mi ha fatto riflettere sia l’articolo del signor Giuseppe Favrini sia l’articolo suo, signora Debianchi, ed a conclusione non posso che essere d’accordo con lei.
     Non c’è dubbio che i tempi sono molto cambiati e non si può rimanere ancorati a sistemi di tanti anni fa per molte ragioni.
Come Patria, sì, è vero, siamo italiani fino al midollo, ma come nazione, ora abbiamo una grande unione di nazioni che si chiama Europa. E qui cambiano molte cose perché in tutti gli stati facenti parte dell’Unione Europea ci sono tante persone immigrate anche dall’Oriente e dall’Africa che sono diventati cittadini italiani, francesi, tedeschi, inglesi, spagnoli e così via, che ora sono europei pure loro con le loro diverse culture e religioni, che si integrano in quest’Europa crescente. Quindi la base dell’educazione cambia, dovrebbe essere al di fuori della politica e dei vari confini ristretti statali.
     Le componenti universali dell’educazione, la base dell’insegnamento, al di fuori delle regolari materie scolastiche, dovrebbe pertanto essere l’etica, la giustizia sociale, il rispetto di se stessi e del prossimo, l’onestà… La visione del mondo in quest’era tecnologica ha rivoluzionato notevolmente il sistema educativo.
     Ecco perché sono d’accordo con lei su una visione del mondo educativo ben allargata.
     Perdoni la mia opinione ma noi che viviamo fuori dall’Italia vediamo che le lontananze non ci sono più.
     Con affetto e stima
                                                                                                                                  
Wanda Splendore da New York

 


  


       
Le parole evocano realta` diverse...
    
da Montreal (Canada),nel settembre 2004 -
       "Spero di contribuire al dibattito su "Patria e Nazione" proponendovi le seguenti considerazioni sintetiche sul tema.
         a) A me appare molto umano il desiderio di continuità dei padri, nati nell'antica patria  attraverso i figli, anche se nati nella nuova. A più forte ragione questo desiderio di continuità esiste in chi è rimasto in patria.
         b) Discutere serenamente di "nazione", "nazionalismo", "patria", "patriottismo" è difficile perché, in un dibattito, queste parole non hanno lo stesso significato per tutti. In Italia, tra l'altro, si tende a vedere una pericolosa involuzione guerrafondaia anche in un moderato amor patrio. Conoscendo altri popoli,  io mi sono accorto con sorpresa che il mio "nazionalismo" italiano era ben poca cosa rispetto all'intransigenza nazionalista che caratterizza l'individuo medio in altri paesi. Da allora, non mi sono più definito "nazionalista". Le parole evocano realtà diverse a seconda degli interlocutori.  "Patriottismo" non ha lo stesso significato in Croazia, in Svizzera, in Palestina, in Portogallo o in Chechnya, così come l'amore per la mamma non assume in tutti i paesi le forme del mammismo italiano. Insomma a chi il patriottismo e a chi il mammismo - e il campanilismo.
         c) È un arricchimento o un impoverimento l'abbandono del retaggio culturale "italiano"?  Tra l’altro, gli internazionalisti da salotto sarebbero veramente pronti a rinunciare agli spaghetti al dente? E anche: sarebbero gli italiani tutti - nazionalisti e internazionalisti - veramente decisi ad imparare a far la fila ?
         d) Lo spirito ecumenico e francescano nei confronti dell’umanità intera che informa i discorsi di tanti italiani, allergici fino alla radice dei capelli ad un  normale, sano patriottismo, è contraddetto dallo spirito di furbizia, d’opportunismo che in realtà anima il loro comportamento quotidiano. Evidentemente amare il proprio prossimo, a parole, è molto più facile che provare un normale senso di simpatia e di solidarietà con il proprio vicino di casa.
         e) Questo presunto "uomo nuovo" italiano, ecumenico e francescano, che sembra così pronto ad aprire le frontiere nazionali allo "straniero", stranamente chiude ancora a  chiave la porta di casa. Infatti, non è per nulla disposto a trovarsi a tu per tu, rientrando, con uno straniero seduto in salotto.
         f) Occorre distinguere la nazione come governo statale, dalla nazione come cultura, lingua, storia, sensibilità, passato... Se è facile opporsi allo Stato, al governo, al partito al potere, è veramente difficile prescindere dalla propria identità culturale “nazionale”. 
         g) Il tribalismo è una cosa, l'identità nazionale un'altra. Il tribalismo ammette una sola tribù, l'identità nazionale non è poi così esclusiva.
         h) Noi che amiamo nostra madre capiamo che anche gli altri amino la propria. Lo stesso dicasi per la patria.
         i) Chi parla, spesso con leggerezza, di un nuovo essere umano che sarebbe nato dal superamento delle frontiere nazionali, non sembra considerare che l'uomo non può prescindere da un'identità linguistica, culturale, storica... Per intenderci: non tutti possono conoscere due, cinque, dieci lingue straniere, altrettanto bene che la propria. Le caratteristiche nazionali, dopotutto, non sono un'invenzione di spiriti retrivi e nazionalisti, bensì una realtà. Lo stesso spirito esterofilo e l’antipatriottismo, prevalenti in Italia, sono delle caratteristiche nazionali nostre, risultato cioè di esperienze storiche particolari. 
         l) È facile in Italia rinunciare, come fanno molti, all'idea di patria, e fare a gara a chi si sente più europeo o "mondiale". Quando poi si va a vivere nel mitico "estero", ci si accorge che per gli altri noi saremo sempre "italiani", con tutti i contorni spesso negativi che le razze più forti, per sentirsi superiori, hanno appioppato a questo termine; aiutate in ciò dai numerosi esempi di servilismo e di mancanza di dignità nazionale di cui la nostra storia, anche recente, abbonda.
                                                                                                                                        
Claudio Antonelli (Antonaz)
  
    Claudio Antonelli (Antonaz), è nato a Pisino (Istria) da genitori di Pisino; il padre Mario fu economo del convitto Fabio Filzi; lo zio Lino Gherbetti fu trucidato dai titini; ha trascorso la giovinezza a Napoli; dal 1968 vive e lavora in Canada.
                                                                                                                                      



    
Cherso io la sento battere dentro me
       Caro nonno…
       Mio nonno è un chersino. Mio nonno è italiano. Adesso Cherso è in Croazia e mio nonno è a Gorizia, in Italia. Io sono cresciuta a Gorizia, ma Cherso è cresciuta dentro di me. È strano, non lo so perché, ma sento che una parte di me appartiene a quell'isola. Non è solo perché mio nonno viene da lì, io, Cherso, la sento battere dentro di me.
       Fin quando ero piccola, l'isola di Cherso per me voleva dire mare, sole e vacanza. È da quando ho lasciato Gorizia, che questo senso di appartenenza a Cherso si è fatto sentire in maniera assordante. Non conosco i chersini, non conosco i nomi delle vie di Cherso, ma conosco gli occhi di mio nonno quando parla della sua isola, e conosco quegli occhi quando guarda quell'isola.
       A Cherso io mi sento a casa, mi sento in pace, tranquilla, e mi sento forte. Quella piccola casa rosa sul porto è per me un simbolo di sicurezza, di veri e puri valori, quali la famiglia, che per me viene prima di tutto. Sono tre anni che vivo in Galles, e ricevo parecchie cartoline da amici e parenti, ma la più apprezzata è stata quella inviatami da mio padre, da Cherso, lo scorso anno. È una cartolina del porto di Cherso, che penso di aver visto in un milione di occasioni all'ufficio turistico, e di averla inviata io stessa tantissime volte. Ma la cosa più bella, ciò che ha reso quella cartolina speciale, è il fatto che mio padre ha cerchiato, nella foto, quella piccola casetta rosa a cui siamo tutti molto legati in famiglia. Vicino a quel cerchietto c'era una didascalia con scritto "le radici". Cherso sono le radici, le mie radici e io, Valentina Moise, sono fiera ed onorata di avere queste radici, ma non mi si chieda il perché.
       Cherso, agli occhi della gran parte della gente, è bella turisticamente parlando, ma questo non è il mio perché. Per l'età che ho, ho visitato parecchi posti e Cherso non è il posto più bello e unico che io abbia mai visto. Cherso è definita una terra aspra e dura, o meglio detto da Gabriele D'Annunzio, l'isola di sasso che l'ulivo fa d'argento, ma neanche questo a me basta.
Cherso è per me vacanza, relax, profumo di mare e di salvia, suoni di cicale e chitarra, il canto dei grilli, e lunghe sere d'estate.
       Cherso è pesce fresco (se conosci il proprietario del ristorante), folpi alla chersina, l'agnello arrosto con quel suo sapore così particolare che a volte risulta nauseante. Cherso è la camminata verso Konec, la camminata sull'acquedotto Valun-Cherso, e Lubenice, Valun, Caisole, Orlec e altri bellissimi posti. Cherso è Giovanni Moise, la vigilia di Natale bloccati sull'isola, il 14 agosto a Kr?ina, mio nonno, la mia famiglia, le radici.
Cherso è tutto questo e molto altro che non riesco ad esprimere a parole, perché è troppo radicato nell'anima.
       Tutte queste parole, nonno, per dirti grazie per avermi trasmesso quali sono le cose importanti della vita, e che ti voglio bene, perché non te lo dico abbastanza spesso.
       Con immenso affetto
                                                                                                                                                                
Valentina
    
Valentina è una nipote di Francesco, dell’antichissima e nobile famiglia Moise di Cherso.




 
Il Segretario responsabile della Comunità di Lussinpiccolo replica
     Nell'ultimo numero del Vostro Foglio (il 50/70) la gentilissima Presidente Signora Palazzolo sollecita un dibattito sull'ideale di Patria. Osserva che l'idea di Patria e di nazione cambia, evolve nel tempo proprio come evolvono tutte le cose umane, in relazione ai cambiamenti che avvengono nella società. Il concetto di nazionalità di oggi, scrive la Presidente, non è più quello del Risorgimento, che era strettamente collegato al territorio. Oggi, dice la Presidente, l'esule istriano che si è stabilito negli Stati Uniti d'America o l'emigrante o il professionista italiano residenti in Argentina o in Germania per ragioni di lavoro si sentono e sono italiani come i connazionali che abitano in Italia e così molte persone rimaste nelle nostre terre natie si sentono e sono italiane anche se il luogo in cui sono rimaste a vivere e vivono è diventato parte di un altro Stato.
     A me sembra che, proseguendo su questa impostazione, si potrebbe dire che anche se tutta l'Italia divenisse parte di un altro Stato gli Italiani non smetterebbero di sentirsi tali. Si negherebbe così valore a tutto il Risorgimento Italiano, sia pure secondo la visuale di oggi.
     Mi sembra comunque che l'esperienza storica non sia conforme a questa impostazione. Ad esempio la Dalmazia, esclusa Zara e Lagosta, sono divenute parte della Iugoslavia dal 1918. L'Esodo allora è stato piccolo se confrontato con il nostro. Gran parte dei Dalmati veneti sono rimasti. Non erano in minoranza. Secondo l'accordo di Londra del 1915 l'Italia entrava in guerra anche perché tutta la Dalmazia fosse incorporata nel Regno d'Italia, ciò che poi è avvenuto solo per Zara e Lagosta. Nel 1940 l'Italia, pur fascista e nazionalista, non rivendicava più la Dalmazia anche perché tutti o quasi i suoi abitanti si sentivano slavi. L'essere vissuti nella Iugoslavia dei Karageorgevich per vent'anni aveva influito in misura determinante.
     Domenica scorsa, a Peschiera, durante il Raduno annuale 2004 dei Lussignani, ho chiesto a una lussignana che risiede da quarant'anni negli U.S.A. se si sentisse più italiana o più americana. Mi ha risposto: ho vissuto più in America che in Italia, ho assimilato usi e costumi americani, mi sono trovata e mi trovo molto bene, mi sento più americana. Un'altra lussignana che ha vissuto molti anni in Sudafrica ha ancora colà dei nipoti che non si sentono affatto italiani.
     L'attuale Parroco di Lussinpiccolo è stato per diversi anni Parroco in Astoria a New York. Ha scritto un libro sugli originari dalle Isole di Cherso e Lussino a New York, in California e in Canada. Afferma che sono tutti croati e a documentazione elenca 1568 cognomi e nomi di persone alcune delle quali erano, quando le nostre isole erano italiane, di sentimenti italianissimi. Anche se l'affermazione che siano tutti croati è discutibile, perché dedotta dai cognomi che finiscono in c o ch e dai nomi scritti in slavo, risulta, in effetti, negli Stati di New York e del New Jersey un aumento dell'affluenza alle riunioni nei circoli ove si parla croato e una diminuzione in quelli ove si parla italiano.
     A Lussino il numero di coloro che dichiarano di sentirsi italiani è aumentato dopo che sono giunti i finanziamenti dall'Italia per poi diminuire quando questi finanziamenti ritardavano o quando si temevano ritorsioni.
     E potrei continuare con tanti innumerevoli esempi di ieri e di oggi. Cito ancora i Corsi e i Nizzardi che si sentono tutti assolutamente francesi pur discendendo inequivocabilmente da Italiani.
     E gli Ebrei che per sistemarsi e rimanere nella Loro terra sono in sanguinosa guerra da quasi sessant'anni? Se il territorio non fosse importante sarebbero potuti rimanere o ritornare dov'erano rispettati e spesso in posizioni privilegiate.
     Mi sembra che l'impostazione della Vostra Presidente neghi in pratica l'ideale di Patria. Ma se così fosse si negherebbe anche valore al nostro Esodo perché per continuare a sentirsi italiani non sarebbe stato necessario esodare, si sarebbe potuto accettare la cittadinanza iugoslava pur continuando, senza palesarlo, a sentirsi italiani. Si negherebbe anche valore alle tante furibonde lotte dei Chersini per la Loro venezianità e per la loro italianità come pure al supremo sacrificio dei Loro tanti Caduti.
     Spererei molto che così non fosse. Perché, invece, se cosi fosse, si darebbe, anche da parte di noi Esuli, un contributo alla dilagante cultura che vuole azzerare il significato del nostro Esodo. Cultura che ebbe recentissima espressione a Gorizia il 30 aprile scorso sul piazzale della Transalpina ove si tenne la celebrazione dell'accoglimento della Slovenia nella Comunità Europea.
     Il Presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, leader del centro sinistra italiano e candidato alle prossime elezioni, ha esordito parlando in sloveno. Poi, in italiano, ha detto che si tratta della giornata più felice di tutta la Sua vita, che si tratta del felice coronamento del ponderoso lavoro svolto per anni dalla Dirigenza Europea da Lui presieduta. Il rappresentante del Governo Italiano, il Sottosegretario agli Esteri Roberto Antonione, era stato cancellato dal programma degli interventi. Riammesso all'ultimo momento in coda è stato rumorosamente fischiato.
     Trieste, la città più vicina e quindi più interessata ai rapporti con la Slovenia, era assente. I media hanno detto ch'era assente la “Destra Triestina” sottacendo che questa Destra, come viene chiamata, rappresenta i sentimenti di gran lunga maggioritari a Trieste. L'ha confermato anche domenica 16 maggio al Raduno degli Alpini giunti in 400.000. La minuscola Provincia di Trieste, la più piccola d'Italia, conta oggi 246.000 abitanti e ha ospitato festante un numero di Alpini quasi doppio dei suoi abitanti. Tappezzata di tricolori, li ha accolti con travolgente entusiasmo, molto simile a quello con il quale cinquant'anni or sono ha accolto il ritorno della Madre Patria italiana. L'entusiasmo era tale che ha indotto un autorevole rappresentante del Governo, presente al Raduno, a dire: “Questa è la città più italiana d'Italia”.
     Lo scenario del 30 aprile a Gorizia è stato emblematico a rappresentare le perplessità con le quali è stata accolta da Trieste e dal Governo Italiano l'inclusione della Slovenia nell'Unione Europea.
     E' giusto, mi domando, limitare, per motivi diplomatici, alla sola assenza dalle cerimonie ufficiali delle rappresentanze di Trieste e delle principali cariche dello Stato italiano (Presidenti della Repubblica, del Senato, della Camera e del Consiglio avevano infatti declinato l'invito) per evidenziare solo con questa assenza la contrarietà ad accogliere la Slovenia in Europa senza alcuna contropartita?
     Si può oppure non si può dire che in effetti è stato come accogliere festosamente chi ha rubato non solo senza che abbia restituito la refurtiva ma, anzi, riconoscendo che aveva il diritto ad appropriarsi di terre e beni, che aveva e ha il diritto a negare la storia, a negare e falsificare l'identità di Coloro che in Istria avevano vissuto per tanti secoli, tanto da costringerli all'Esodo?
     Mi sembra che la risposta a queste mie domande sia ovvia. La cultura che vuole azzerare il ricordo del nostro Esodo non solo dilaga da oltre cinquant'anni ma ancora oggi viene fronteggiata con troppa moderazione da un governo pur di centro destra. Nei tanti discorsi che si sono succeduti durante la cerimonia di Gorizia, non è stata fatta menzione alcuna all'evento storico di gran lunga il più importante che ha coinvolto le nostre terre. Nessuno si è azzardato a replicare alle espressioni del primo ministro sloveno Anton Rop che testualmente ha detto “...gli spostamenti di questi confini erano all'ordine del giorno come fossero scambi ferroviari nelle mani della storia capricciosa… ”.
     Quali conseguenze sono in effetti prevedibili per noi Esuli e per Trieste dall'entrata della Slovenia in Europa e successivamente della Croazia?
     Trieste ha potuto ritornare dopo sette anni italiana grazie al sacrificio di noi Esuli che tutto abbiamo lasciato senza colpo ferire. Le nostre terre avite sono state usate come merce di scambio: Trieste all'Italia, Istria, Fiume e Zara alla Iugoslavia.
     Ora il confine verrà eliminato, gli Sloveni potranno con tutta tranquillità e senza alcuna formalità trasferirsi a Trieste, da Loro considerata fermamente, ancora oggi, facente parte del Litorale sloveno come Loro lo chiamano.
     E' prevedibile che in pochi anni la minoranza slovena della città, oggi del 5%, divenga maggioranza.
     In effetti per divenire maggioranza dovrebbero trasferirsi nella Provincia di Trieste 221.401 sloveni, cioè l'11,3% dell'intera Slovenia che oggi conta 1.963.000 abitanti. Non mi sembra poco probabile che ciò avvenga E' comunque sicuramente più probabile che la maggioranza della Provincia di Trieste divenga slava dopo che sarà, fra qualche anno, accolta in Europa anche la Croazia. Sarà allora necessario che si trasferisca a Trieste il 3,5% di Sloveni e Croati, assommanti oggi a 6.245.000. Ma se ciò avverrà, com'è fortemente probabile, ne risulteranno vanificate e umiliate le strenue lotte dei Triestini per la Loro italianità e l'immane sacrificio degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati che, in effetti, hanno tutto sacrificato perché almeno Trieste restasse italiana. E' prevedibile che in pochi anni Trieste divenga come Bolzano, con la differenza che l'Alto Adige è stato sempre di cultura e lingua austriache mentre Trieste non è stata mai di cultura e lingua slave.
     La Lega Nazionale, le Associazioni degli Esuli e i Partiti italiani neanche paventano o considerano questo pericolo. Anziché approntare un piano per affrontarlo le Associazioni degli Esuli si occupano quasi esclusivamente dell'indennizzo o della restituzione dei beni abbandonati e di organizzare riunioni per ricordare i Patroni e le tradizioni istriane e dalmate. Di poco conforto sarà per noi Esuli di Cherso e di Lussino e per tutti gli Esuli la Giornata della Memoria se nonostante i tanti Caduti e gli immani sacrifici anche Trieste dovesse seguire la sorte dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia.



 
      Da Francesco Moise di Cherso, membro del consiglio direttivo della nostra Comunità residente a Gorizia, il 5 agosto 2004 riceviamo la seguente replica:

       
Lavorare per la pace e per l’Europa
         Il contenuto e la lettura dell’articolo ospitato dal n. 71 del luglio 2004 del nostro giornale, a firma del segretario responsabile della Comunità di Lussinpiccolo, Giuseppe Favrini, è un’offesa all’intelligenza e alla responsabile azione di quanti, pur nel pericoloso rigurgito nazionalista, causa di tutte le nefandezze dei regimi totalitari, guardano con speranza alla concordia e alla convivenza pacifica dell’Europa e al suo futuro, disegnato dai grandi ideali di leader politici quali De Gasperi, Schumann e Adenauer.
         Leggere e trasmettere la triste storia del passato in chiave nazionalista e antieuropea, sottolineando episodi e cerimonie significative a Gorizia e a Trieste, paventando altresì la slavizzazione delle due città con argomentazioni non degne di commento e lettura, significa lasciare ancora spazio agli equivoci che lo stesso Segretario di Alleanza Nazionale, on. Gianfranco Fini, ha definito “pagine vergognose della storia del nostro passato, nonché infami leggi razziali volute dal fascismo”.
         Signor Favrini, noi anziani, che abbiamo involontariamente vissuto le tristi e vergognose pagine del nostro recente passato, abbiamo il dovere morale di trasmettere ai nostri figli e nipoti la verità storica senza sentimentalismi e falsificazioni, capovolgendo onestamente il giudizio su momenti fra loro connessi della storia fascista e dell’alleanza con Hitler: dalla dichiarazione di guerra, alle avventure nei Balcani, alla catastrofe greca.
         Non è sufficiente parlare dell’italianità di Trieste, dell’Istria e della Dalmazia senza dire chiaramente che la principale colpa di quanto successo nelle nostre terre, l’esodo e tutto il resto, è unicamente del regime fascista e della sua megalomania imperiale.
         E’ doveroso, inoltre, trasmettere chiaramente i fatti storici che hanno determinato la catastrofe del dopoguerra sottolineando che le nostre terre furono vendute integralmente, ancor prima della disfatta, alla Germania nazista.
         Bisogna insegnare anche ai giovani che forse non eravamo un “popolo di eroi” ma un popolo sottomesso alla natura totalitaria del fascismo, che mandava nelle patrie galere o, quando andava bene, lasciava senza posto di lavoro chi esprimeva opinioni diverse.
         Bisogna far comprendere che l’unità storico-culturale, economica e cristiana dell’Europa, con tutte le sue diversità, rappresenta una ricchezza e una garanzia per il mantenimento della pace e della convivenza fraterna e umana.
         L’ex Sindaco di Firenze Giorgio La Pira domandava se la nostra epoca sarà l’epoca della pace. Per non compiere un suicidio globale occorre accettare il metodo proposto da Isaia: trasformare i cannoni in aratri.
         Continuava La Pira: “Occorre abbandonare la metodologia del machiavellismo e assumere quella teorica e pratica del Vangelo che propone ai popoli di amarsi e integrarsi vicendevolmente. I valori da perseguire sono l’uguaglianza tra gli uomini, il dialogo e la presa di coscienza del primato dell’amore sull’odio”:
         Amore e odio sono due forze che si contendono il campo. Occorre educare le nuove generazioni all’amore per immettere potenziale di pace nella storia dell’uomo, creando segni che lasciano un solco.
         Essendo partecipi della vita sociale siamo tutti responsabili, signor Favrini. Di questa responsabilità saremo liberati nella misura in cui ci adopereremo per la liberazione dei fratelli.
                                                                                            
Francesco Moise

                                                                                                            
membro del Consiglio Direttivo...




       
PATRIA E NAZIONE… Conclusioni

      
Possiamo dire con soddisfazione che la sollecitazione alla riflessione sugli ideali “Patria” e “Nazione”, partita dal nostro giornale, ha provocato parecchie risposte, una diversa dall’altra e più d’una di notevole livello; ne riportiamo una anche su questo numero della rivista perché ci è pervenuta dopo la stampa del numero precedente.
        Il dibattito sull’argomento è stato ripreso dal portale internet arcipelagoadriatico e da esso rilanciato.
         Occorre premettere che questo è un tema da sociologi dibattuto da persone che non lo sono, e anche se alcune sembrano dimostrare una certa competenza nella materia, mi sembra che la maggioranza abbia espresso idee e fatto dei ragionamenti basati sulle proprie esperienze e conoscenze non necessariamente sociologiche.
         Il dibattito è partito dall’affermazione che patria e nazione sono ideali a cui nelle famiglie e nelle scuole non si educa più. Secondo chi sostiene questa tesi, questa è la ragione per la quale i giovani non ci seguono. Patria e nazione sembrano in questo caso identificarsi ed essere strettamente collegate a un territorio. 
         A quest’affermazione è stato risposto che non è che scuola e famiglia non educhino più ai suddetti ideali ma che questi valori oggi non hanno più il significato che avevano un tempo perché sono cambiati. L’argomento principale addotto a sostegno di questa tesi è la facilità e frequenza degli spostamenti odierni per ragioni di lavoro e divertimento, grazie alla quale diverse persone, pur scegliendo di vivere all’estero, si sentono e sono italiani come i connazionali che risiedono in Italia; così molte persone rimaste nelle nostre terre natie si sentono e sono italiane anche se il luogo in cui sono rimaste a vivere e vivono è diventato parte di un altro stato. Stato e nazione sembrano anche in questo caso identificarsi ma viene esplicitamente affermato che l’idea di patria di oggi non è strettamente collegata al territorio come accadeva nel risorgimento ma è, specie per chi vive fuori dal territorio nazionale, una scelta personale, ideologica e culturale perché uno può continuare a sentirsi parte della propria nazione di origine oppure no.
        Ciò che è emerso in seguito, che citeremo molto sinteticamente omettendo gli autori per concentrarsi esclusivamente sui concetti, è quanto segue.
la
Patria è stata definita, nel tempo, come:
- lo stato nazionale che, dentro ai propri confini, è abitato da gente che parla la medesima lingua
- l’insieme dei diritti e dei doveri connessi con la qualifica di cittadino romano (antichi latini)
- la fedeltà al proprio sovrano, l’unto del Signore (Medioevo)
- il senso di solidarietà fra i proletari di tutto il mondo (Comunismo)
- l’umanità (anarchici)
- il regno dei cieli in terra (Cristianesimo)
- l’ordinata libertà nello stato, perciò patriottismo è amore per la libertà e impegno nella politica del proprio paese (Machiavelli)
la
Nazione è stata definita, nel tempo, come:
- l’attaccamento alla propria lingua e cultura, che oggi si definisce etnicità (Machiavelli)
- la nazione come fatto naturale, avallato da Dio, con un preciso destino politico è un mito; essa è un’entità sociale solamente come Nazione-Stato. Il patriottismo che ne deriva è portatore di una comunità che si basa sulla politica come partecipazione, che è aperta al futuro e a tutte le svariate forme di partecipazione e di partecipanti (Eric Hobsbawm).
         Patria e nazione sono dunque due concetti ritenuti attualmente diversi ma che in taluni periodi storici sono stati fra loro confusi e amalgamati. Oggi l’idea di nazione è collegata a un territorio e deve essere analizzata in termini politici, tecnici, amministrativi, economici mentre quella di patria è piuttosto un’ “idea intellettuale e quindi culturale  e linguistica ancora prima che antropologica” e può quindi essere oggetto di scelta personale, ideologica e culturale; è ciò che viene anche denominato “identità culturale”, cioè qualcosa “che porta un individuo a sentirsi affine ad altri uomini, anche se fisicamente lontano, nello spazio e talora anche nel tempo, dal gruppo etnico e qualche volta anche dalla terra dai quali tale cultura è espressa”.
         Il concetto di patria si può perciò collegare all’educazione  in quanto da essa può derivare l’idea di appartenenza ad una certa patria. Altri, anziché di educazione parlano di imprinting che è, secondo le ricerche di Lorenz, la tendenza di un soggetto a seguire l’individuo che gli è stato vicino nelle prime settimane di vita, cosa che un nostro interlocutore interpreta come una programmazione che comincia dal primo giorno di vita, prosegue per tutta l’infanzia e non è modificabile; il che significa che l’educazione ricevuta nei primi anni di vita è quella che determina il comportamento umano per il resto della vita. Secondo questa teoria le persone nate prima del 1940 - prosegue il nostro lettore – hanno ricevuto dalla famiglia, dalla scuola e dall’ambiente sociale un’educazione basata su un’idea di patria, famiglia, religione ben precisa e uniforme a cui continuano a rimanere attaccati e molti sono addirittura convinti che quelli che non la pensano come loro sono fuori strada, sbagliano”
         Non bisogna confondere l'identità nazionale col tribalismo. Il trialismo, come legame tra la terra e il sangue, ammette una sola tribù, l'identità nazionale non è poi così esclusiva.
         E’ dunque errato – mi rifiuto di ritenerlo offensivo - dire che chi sostiene che l’idea di patria è cambiata rispetto al passato neghi l’ideale patria, il significato del nostro esodo, le lotte dei chersini a sostegno della loro venezianità ed italianità,… Non si intende negare nulla dicendo che il tempo è passato ed ha portato dei cambiamenti anche nel modo di intendere certi fatti che, quando sono accaduti, avevano un significato diverso da quello che hanno ora sia per chi li ha vissuti in prima persona sia per chi ne ha soltanto sentito parlare. Ciò che è accaduto non muore finché è ricordato in qualche modo da qualcuno ma diventa storia. Per le nuove generazioni anche l’esodo, che noi anziani abbiamo vissuto direttamente, fa parte della storia.
         Vorrei ancora aggiungere che io non mi sento affatto sconvolta dall’abolizione dei confini tra l’Italia e la Slovenia e la Croazia, ritengo anzi che si tratti di un fatto positivo; altra cosa è sostenere il diritto a un giusto indennizzo o la possibilità della restituzione dei beni lasciati dagli esuli, che forse era il momento di contrattare in modo fermo e definitivo.

                                         
                                                                                                                               
Carmen Palazzolo Debianchi